Il 'disordine' libico, cittadini e migranti i primi ostaggi

'Imbarchi calano ma sono più pericolosi, +17% i morti in mare'

06 maggio, 17:48

(ANSAmed) - PRATO, 6 MAG - Se c'è stata una riduzione di sbarchi del 75% nei primi tre mesi del 2018, "significa che c'è stato un aumento del 75% del dolore in Libia", cioè nei campi di detenzione dove i migranti intercettati dalla Guardia costiera locale vengono riportati. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia, è intervenuto così a Prato nel confronto sul "dis-ordine libico" svoltosi ieri a Mediterraneo Downtown, il festival organizzato da Cospe, Regione Toscana e Comune di Prato che si è concluso oggi in questa città.

Ma vi è anche un altro dato statistico poco noto sui primi tre mesi dell'anno, riferito dalla stampa libica ed evidenziato nell'incontro da Farid Adly, giornalista di Radio Popolare e del Corriere della Sera: il rapporto tra imbarchi dalla Libia e numero di morti in mare nello stesso periodo è salito del 17%.

Vale a dire, ci si imbarca di meno ma il farlo è diventato più pericoloso. Un fenomeno contestuale alla minore presenza in mare delle Ong di soccorso, colpite da quella definita da Noury una campagna di "delegittimazione", e ai nuovi accordi con la Libia per il controllo dei flussi verso l'Italia.

Ma il disordine libico - dove le milizie, è stato evidenziato nel dibattito, controllano anche il capo del governo di Tripoli Fayez al-Sarraj, lucrano dal traffico e dalla compravendita dei migranti e sono responsabili di centinaia di sequestri per motivi politici o di riscatto - spinge ormai anche i libici a migrare. Due milioni e mezzo quelli che già vivono all'estero, dall'Egitto alla Tunisia, ma senza per questo essere considerati profughi. In realtà, ha evidenziato Adly, esiste in Libia ancora una struttura statale che permette ai dipendenti pubblici di essere retribuiti anche quando non si recano al lavoro: un mezzo "per evitare la disgregazione della società", ha osservato, che permette agli altri Paesi di non sentire anche la pressione migratoria di libici, presenti ormai anche nei barconi diretti in Italia. Ma se queste risorse pubbliche non entrassero nelle loro tasche, ha aggiunto, "anche la loro pressione la si sentirà". In ogni caso lo strapotere delle milizie in Libia, ha sottolinea ancora il giornalista libico, non ha nulla a che fare con un'organizzazione tribale di quella società - concetto interpretativo inadeguato, a suo avviso, rispetto al presente - quanto con ragioni politiche ed economiche.

Quali appunto lo sfruttamento dei migranti, una vera miniera d'oro nel racconto di Francesca Mannocchi, giornalista dell'Espresso. La maggior parte dei migranti, ha detto, sono reclusi non nei centri di detenzione ufficiali ma in altri spazi di fortuna come scantinati e capannoni, dove subiscono abusi e torture. E la realtà quotidiana non è quella delle vendite all'asta di un recente servizio della Cnn, quanto la compravendita di gruppi di migranti da parte delle milizie, che poi estorcono denaro alle famiglie per liberarli dalle violenze.

Quanto ai centri di detenzione ufficiali, sia i giornalisti che il personale Onu possono entrare solo se accompagnati, in visite "orchestrate" in cui - ha detto Mannocchi - si nascondono gli stessi migranti e le reali condizioni in cui vivono.

La Marina libica inoltre, ha evidenziato non ha controllo su vasti tratti della costa, mentre "al momento non esiste un potere militare in grado di controllare tutto il territorio".

E se i libici guardano con speranza alle elezioni politiche previste entro l'anno, è emerso infine nel dibattito, il recente attentato contro la commissione elettorale a Tripoli dimostra la presenza di cellule dormienti non solo dell'Isis, che ha rivendicato l'attacco, ma anche di altri gruppi terroristici: tutti pronti a fermare, con gli islamisti finanziati dall'estero e le milizie che già hanno in mano strutture e attività strategiche, ogni sviluppo democratico nel Paese. (ANSAmed).

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