In Tunisia, per esempio, permane la spaccatura tra la regione costiera, piu' ricca e sviluppata grazie anche ai proventi del turismo, e le regioni occidentali e meridionali, dove disoccupazione, abbandono scolastico e poverta' restano mali endemici. ''Le regioni dell'entroterra hanno pagato il conto della rivoluzione, perche' si sono messe in testa alla contestazione subendo la risposta piu' violenta - spiega Slim Tissaoui, sindacalista di Jendouba, nel nordovest del Paese - Oggi, pero', sono sparite dall'attenzione mediatica, nonostante siano ancora in corso manifestazioni e scioperi''. Le evoluzioni in termini culturali, politicI e soprattutto sociali, aggiunge, ''non emergono secondo le attese'', anche perche' ''e' difficile portare cambiamento in un sistema che e' stato plasmato in questo modo per decenni, da Ben Ali ma anche da Bourguiba'', primo leader della Tunisia indipendente.
Un caso emblematico, in tal senso, e' quello dei lavoratori del bacino minerario di Redeyef, all'estremo ovest del Paese: ''Siamo stati i primi a sollevarci contro il regime, nel 2008 - racconta Adnane Hajji, rappresentante dei minatori - ma le nostre condizioni non sono cambiate per niente, e le promesse fatte non sono state messe in pratica''. Le loro rivendicazioni, precisa, sono nei confronti dello Stato, che ''non permette alla nostra regione di partecipare alla ricchezza e allo sviluppo del Paese'', ma anche della Compagnia dei fosfati di Gafsa, gestore delle miniere, su temi come gli indennizzi per chi ha subito infortuni sul lavoro, o danni alla casa o alle terre per le attivita' estrattive, o sul trattamento riservato ai pensionati.
''Solo a inizio gennaio, dopo mesi di blocchi della produzione e sit in, il nuovo ministro degli Affari sociali e' venuto a trattare con noi - aggiunge - ha promesso di fare tutto quello che era in suo potere per sostenere le nostre istanze. Si sono aperti dei negoziati, con il supporto del suo ufficio esecutivo, che pero' non hanno ancora avuto effetti concreti''.
Piu' complesso il problema del Marocco, dove la contestazione, rapidamente imbrigliata da forze di opposizione tradizionali come i partiti islamisti e quelli di sinistra, non e' riuscita a mettere veramente in causa le radici della disuguaglianza. In particolare, non si riesce a sradicare quella che i politologi definiscono 'logica della rendita': ''Il lavoro e' considerato una sorta di manna, di cui bisogna in qualche modo appropriarsi - spiega Irene Bono, ricercatrice del Fasopo -reclamando ogni sorta di diritti, familiari, territoriali o di altra natura''. I giovani diplomati disoccupati marocchini, tra i principali attori della contestazione, hanno a lungo denunciato questa logica, che impedisce una selezione meritocratica, ma allo stesso tempo vi si appoggiavano, reclamando posti di lavoro nella funzione pubblica. ''Il tema della disoccupazione in Marocco oggi interpella la societa' a diversi livelli - prosegue - sulle disparita' di trattamento, ma anche sulle diseguaglianze di mezzi a disposizione degli individui e di accesso alle opportunita'. Il modo in cui il problema viene affrontato, pero', tende a mettere da parte questi temi, soffermandosi piuttosto su questioni come la crescita demografica, causa quantitativa di mancanza di lavoro, o l'inadeguatezza dei percorsi formativi''. (ANSAMed)

