Il Libano senza prospettive, tra lockdown, crisi e tensione

Più della metà della popolazione sotto la soglia di povertà

18 gennaio, 20:26

(di Lorenzo Trombetta)

Immerso per la prima volta in un lockdown pressoché totale, con un coprifuoco generalizzato imposto 24 ore su 24, il Libano scivola gradualmente nell'abisso della sua peggiore crisi economica degli ultimi 30 anni.
La disperazione delle classi più vulnerabili è palpabile tanto che in molti sono stati costretti a dimenticare in fretta il trauma inferto dalla duplice, devastante esplosione del porto di Beirut del 4 agosto scorso.
Più della metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, in particolare nelle aree periferiche e rurali. E centinaia di migliaia di famiglie non possono permettersi più di un pasto caldo al giorno.
Sulle conseguenze disastrose della crisi economica, scoppiata alla luce del sole nell'autunno del 2019 e formalizzata nel marzo scorso con l'annuncio del default finanziario dello Stato, si è abbattuta la pandemia. Questa da settimane ha cominciato a mettere in ginocchio le carenti strutture mediche di un Paese grande come l'Abruzzo, ma dove i servizi di base sono in larga parte privati e a pagamento.
La lira libanese ha perso in un anno più dell'80% del suo valore rispetto al dollaro statunitense, valuta a cui era ancorata dalla seconda metà degli anni '90 del secolo scorso.
In un Libano da mesi senza un nuovo governo, in attesa che i vari leader politico-confessionali trovino un accordo alla luce del prossimo insediamento del presidente americano Joe Biden, esistono di fatto tre tassi di cambio paralleli: quello della Banca centrale, il più svantaggioso per i consumatori e i risparmiatori; quello adottato dalle banche, accusate da più parti di esser i primi responsabili del fallimento del Paese; e quello del cambio reale, da alcuni chiamato "cambio nero" perché non ufficialmente riconosciuto ma che è di fatto quello con cui si svolgono tutte le transazioni commerciali, quelle che interessano il cittadino comune.
Anche se il pane e altri alimenti considerati essenziali sono ancora sovvenzionati dallo Stato, il prezzo dei beni al consumo di prima necessità è raddoppiato nel migliore dei casi. Ma nella maggior parte dei casi è quattro o cinque volte il suo prezzo di prima dell'ottobre del 2019.
All'innalzamento dei prezzi è corrisposto l'aumento della disoccupazione nel settore privato e soprattutto nel cosiddetto settore sommerso. Le opportunità di lavoro si sono sempre più ridotte anche a causa delle chiusure dei negozi, degli alberghi, dei ristoranti in un contesto di crescente instabilità interna: le proteste popolari anti-governative sono scoppiate nell'autunno del 2019 e sono proseguite in maniera intermittente fino a poche settimane fa; gli effetti globali della pandemia hanno ulteriormente soffocato l'economia del Libano.
Anche perché questa non era basata sulla produzione interna, agricola o industriale, bensì sulla fornitura di servizi bancari e sul profitto dato dagli investimenti nel settore edilizio e fondiario. Questa economia di rendita, che per anni aveva creato una bolla di investimenti e di indebitamenti massicci, non ha retto alla forza d'urto del collasso finanziario, della tensione interna e delle contingenze internazionali.
La guerra nella vicina Siria, la crisi valutaria in corso in Siria così come in Turchia, le sanzioni finanziarie imposte dagli Stati Uniti in funzione anti-iraniana a esponenti istituzionali libanesi e siriani, non hanno portato al Libano soltanto il peso di gestire sul proprio territorio più di un milione di profughi siriani, dal 2011 ammassati senza diritti nelle periferie più vulnerabili del paese. Ma ha anche accentuato lo stallo economico regionale e l'interruzione dei traffici commerciali nell'area.
La nuova chiusura totale, imposta per la prima volta dal febbraio scorso, durerà almeno fino al 25 gennaio ma già si pensa a una proroga. Il Libano conta ora un tasso di contagio del 17,6%, con 237 mila casi positivi finora accertati e 1.781 morti per covid.
Gli esperti affermano che i dati sulla mortalità sono riferiti al ribasso a causa della difficoltà di diagnosticare i decessi nelle zone più periferiche e meno servite da strutture sanitarie attrezzate. Da settimane le autorità locali chiedono che sia ampliato il numero assai modesto dei posti nelle terapie intensive, ormai sul punto di saturazione. In questo contesto, il lockdown è stato imposto anche agli operatori delle organizzazioni non governative, locali e straniere, così come alle associazioni caritatevoli. Moltissime famiglie e individui non ricevono più da giorni gli aiuti umanitari necessari per andare avanti. E la tensione sociale, in un contesto di forte polarizzazione confessionale e politica, sullo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti, Israele, Hezbollah e Iran, cresce di giorno in giorno. (ANSAmed).

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