Migranti Lesbo, il racconto del comandante di Mediterranea

Arrivano all'Egeo dopo lunghi viaggi da Siria, da Afghanistan

24 settembre, 12:21

Ruhollah e la nipote Perisa, i due migranti afghani incontrati da Perotti sull'isola greca di Lesbo Ruhollah e la nipote Perisa, i due migranti afghani incontrati da Perotti sull'isola greca di Lesbo

MITILENE (GRECIA) - Mitilene è invasa di stranieri. Un esercito silenzioso, che sciama per il lungomare, l'angiporto, e si raduna sul molo, tra tende e bivacchi. "Prego, siediti" mi dice Alis, ventotto anni, siriano di Aleppo, studente di scienze della nutrizione, con occhiali un po' storti, rotti in una estremità, e un sorriso persistente sulle labbra. Sono in otto, tre sono amici, gli altri si sono conosciuti in viaggio. Mi parlano della città di Aleppo, da cui vengono, distrutta dalle violenze, dai bombardamenti come ogni angolo del paese. "Non si può più vivere laggiù, siamo dovuti partire". Per quasi mille dollari a testa hanno passato il confine, di notte, camminato ininterrottamente per ventiquattro ore. Qualcuno non ce l'ha fatta e si è staccato, seduto per riposarsi. Ma i frontalieri sono andati avanti. Tutta in salita, sulle montagne, e poi giù a strapiombo. "Qualcuno ha sparato, non lontano. Abbiamo visto i lampi dei fucili, ci siamo messi a correre". La gente che hanno incontrato in Turchia li ha aiutati. La polizia turca li ha messi su un autobus per Izmir, ventiquattro ore di viaggio. Poi l'incontro con gli scafisti, ottocento dollari per un posto a bordo, in quarantasei su un gommone di nove metri.

Uno dei ragazzi, a cui un miliziano dell'Isis ha ucciso la sorella a colpi di mitra, racconta: "dovevamo togliere l'acqua da dentro con un secchio continuamente, senza mai fermarci. Entrava in grande quantità, perché eravamo al limite con l'affondamento. Eravamo zuppi, faceva freddo. Ma almeno io sono riuscito a farcela al primo colpo. Lui è stato meno fortunato". Accanto indica il più giovane del gruppo, Rashid, 21 anni, studente di economia, sguardo vispo, occhi rapidi e intelligenti. Lui ci ha provato addirittura otto volte, e in sette tentativi la guardia costiera greca li ha rimandati indietro. Ridono tutti, scambiano una battuta in arabo. Lo prendono in giro, credo. I greci che hanno trovato sulle coste di Lesbo li hanno aiutati, dato da bere e da mangiare, indicato la via del porto. Anche i pochi poliziotti greci sono stati cortesi. In tre giorni qui, non ho mai visto un gendarme, a parte da lontano, un'auto della polizia con i lampeggiatori accesi. In porto ci sono una decina tra pilotine e corvette di capitaneria e marina militare, ma oltre a questo non c'è alcun servizio d'ordine sull'isola, dove sta il grosso delle migliaia di migranti. Non si avverte alcun bisogno di ordine, non si ascolta alcuno schiamazzo, nessun litigio, nessun gesto violento.

I migranti hanno del denaro con sé, hanno una meta ("amici siriani in Svezia, che ci aspettano, che sia fatta la volontà di Allah"), si siedono a centinaia sulle banchine, ma altrettanti popolano i locali del porto, che stanno facendo affari d'oro, mangiano qualcosa, bevono, usano il wifi. Sono vestiti ordinati, per quello che consente un simile viaggio, si lavano alle fontanelle, o direttamente in mare. Mi raccontano che a Damasco ci sono spesso attentati, bombe, e che in molte parti del paese regna la violenza. "Qualunque cosa è meglio di quella vita.

Stasera andiamo ad Atene con la nave, abbiamo comprato i biglietti. Poi andremo in Macedonia, poi in Serbia e poi vediamo. Pensavamo all'Ungheria, ma lì c'è un governo di destra che non fa passare nessuno. Per chi va in Germania non è molto difficile a quel punto. Per chi va in Scandinavia c'è ancora molta strada".

Poco dopo incontro Ruhollah, che viaggia con la nipote. Sono entrambi afghani, due facce dolci, gentili, la ragazzina avrà tredici anni, lui ne ha diciannove. Sono dovuti fuggire in Iran perché i talebani li avrebbero uccisi. "Noi siamo musulmani sciiti, e i talebani dicono che se uccidi sette sciiti vai in paradiso. Mi chiedo dove stia scritta una bestemmia del genere. Non certo nel Corano. Io il Corano l'ho letto tutto". Ruhollah è un ragazzo educato, parla un ottimo inglese, è vestito molto bene, ha una camicia bianca linda. "In Iran eravamo dei senza terra, senza patria, senza diritti. Siamo dovuti fuggire. Io e Perisa abbiamo valicato il confine con la Turchia a est di Aleppo, camminando quarantotto ore senza fermarci mai, notte e giorno. Lei era sfinita, e io anche ad essere sinceri. Ci hanno bastonato per farci muovere quando ci sedevamo per un momento. Poi quando abbiamo incontrato i turchi, loro sono fuggiti". I frontalieri erano siriani, uno iracheno. I turchi e i curdi li hanno aiutati, dato da bere e da mangiare, poi i militari li hanno messi su un autobus: Ankara e poi Istanbul. Poi gli scafisti: "In tutto abbiamo viaggiato dieci giorni per arrivare qui a Lesbo. Con mille dollari a testa abbiamo attraversato. In trentacinque su un gommone strapieno. C'era anche un bambino piccolo, forse di un anno appena, che piangeva, e Perisa stessa era in lacrime. Era notte, non si vedeva niente. Chi non aveva le scarpe sugli scogli si è fatto tagli profondi. Poi, grazie alla volontà di Dio, siamo arrivati qui. Adesso finalmente siamo in salvo, e ora è anche tutto legale". Mi colpisce questa affermazione. Gli chiedo se abbiano documenti per l'identificazione: "No, nessun documento". E come fate allora? "Siamo rifugiati, il diritto internazionale è molto preciso su questo". Sto parlando con un migrante che conosce il diritto internazionale a diciannove anni. "Io studio legge, cioè, studiavo, ero al primo anno, poi sono dovuto partire. Ma spero di ricominciare appena arrivo in Svezia".

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