Tunisia, via al Ramadan: dibattito su caffè aperti o chiusi

Collettivo annuncia manifestazione per il 27 maggio prossimo

17 maggio, 12:59

TUNISI - Primo giorno in Tunisia del Ramadan, mese sacro per i musulmani, corrispondente al primo giorno di ramadan dell'anno 1439 dell'Egira. Da oggi dunque in tutto il Paese orario ridotto per le amministrazioni pubbliche e vita quotidiana a velocità ridotta per quello che è il periodo sacro per eccellenza per il praticante musulmano, uno dei cinque pilastri dell'islam, caratterizzato dal digiuno, dalla carità e dalla preghiera, ma al contempo anche da un'atmosfera di convivialità e di allegria in famiglia.

E come ogni anno, si è aperto il dibattito sulla questione se sia lecito o meno mantenere aperti i bar o caffè in questo periodo in Tunisia, che per la maggior parte restano chiusi fino al calar del sole. Nessuna legge tunisina infatti impedisce di mangiare o bere in pubblico durante il mese sacro del ramadan, e la Costituzione del 2014 del resto garantisce "libertà di religione e di coscienza" consacrando nel contempo lo Stato come "garante e custode della religione", ma una circolare del 1981 (circolare Mzali) di fatto dispone la chiusura di caffè e ristoranti in tutto il Paese (eccetto quelli autorizzati) e la proibizione di vendita di alcolici ai tunisini. Sulla questione si è pronunciato per iscritto recentemente il ministro dell'Interno, Lofti Brahem, dopo una richiesta specifica da parte della deputata, Hager Ben Cheick Ahmed, se questa disposizione non violasse la "libertà di coscienza" dell'art. 6 della Costituzione, rispondendo, rifacendosi al primo articolo della Costituzione, che l'Islam è la religione della Tunisia e ricordando il ruolo dello Stato come protettore del sacro e garante dell'ordine e della tolleranza. "Nella misura in cui il digiuno è un pilastro dell'Islam e riveste un importanza cruciale presso la maggioranza dei cittadini tunisini, - scrive il ministro - l'apertura ostentata di caffè e ristoranti può essere percepita come una provocazione e indurre a reazioni violente che possono costituire una minaccia all'ordine pubblico: questo può inoltre dare un pretesto a gruppi terroristici per condurre campagne di incitazione contro lo Stato e perfino attentati terroristici. Per queste ragioni e come vuole il costume da anni, il ministero dell'Interno adotta, in occasione del mese di Ramadan, misure che assicurano l'ordine pubblico e il rispetto dei sentimenti religiosi dei cittadini praticanti. Teniamo a precisare che queste misure non si applicano agli esercizi pubblici che restano aperti preservando i sentimenti di chi pratica il digiuno, dunque (in riferimento ai casi degli scorsi anni) il ministero dell'Interno non ha violato la legge o incriminato coloro che mangiano in pubblico durante il mese di Ramadan, né contro i caffè aperti". Una risposta che non ha convinto il "Conseil Tunisien du Secularisme", indignato dalle parole del ministro alla quale hanno ricoldato "come le leggi sono fatte per proteggere le persone e non i loro sentimenti e che lo Stato non deve intervenire fino a che l'integrità delle persone non sia minacciata". Nè il Collettivo per le Libertà individuali che ha scritto al Capo dello Stato, Beji Caid Essebsi, esprimendo "la sua più viva preoccupazione riguardo alla maniera con la quale le autorità ffrontano la questione delle libertà individuali" condannando queste posizioni che considerano essere "non solo la ragione ma la copertura che nasconde la propagazione di discorsi di volenza e odio e un mezzo per alimentare l'estremismo e rafforzare il terrorismo". Il Collettivo fa appello inoltre alle autorità ad abrogare le norme che "violano in maniera flagrante le disposizioni della Costituzione, in particolare la circolare del 1981 che prevedere la chiusura degli esercizi pubblici durante il Ramadan e a mettere in atto le disposizioni della Costituzione relative ai diritti e le libertà". Un altro gruppo di attivisti della società civile, sotto l'hashtag #Mouch Bessif (Non per forza), ha annunciato per il 27 maggio un sit-in davanti alla sede del ministero del Turismo della capitale per denunciare la chiusura dei caffè durante il mese di ramadan e chiedere l'applicazione dell'art. 6 della Costituzione che consacra la libertà di religione e di coscienza. Il collettivo rivendica inoltre il diritto dei non praticanti a mangiare e bere pubblicamente durante il ramadan e l'instaurazione di uno Stato laico. 

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