Tratta e schiavitù, sgominati clan della mafia nigeriana

Operavano dal Cara di Bari, migranti vittime hanno denunciato

03 dicembre, 14:48

Un momento dell'operazione di polizia con i clan della mafia nigeriana Un momento dell'operazione di polizia con i clan della mafia nigeriana

BARI - C'era la regola delle 'Tre D', donne-denaro-droga, alla base dell'attività delle gang mafiose nigeriane, i Supreme Vikings Confraternity e i Supreme Eye Confraternity, meglio noto come "Rossi" e "Blu", sgominate dalla Dda di Bari. La polizia ha arrestato oggi 32 persone in Italia e all'estero (49 in totale gli indagati, tutti di nazionalità nigeriana). Gli indagati rispondono di associazione per delinquere, tratta, riduzione in schiavitù, estorsione, rapina, lesioni, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione.

Gli arresti sono stati eseguiti in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, Lazio, Abruzzo, Marche, Emilia Romagna, Veneto e all'estero, in Germania, Francia, Olanda e Malta.

L'indagine della squadra mobile di Bari, con il coordinamento del Servizio centrale operativo e l'ausilio della Divisione Interpol del Servizio per la cooperazione internazionale di polizia, è coordinata dalla Dda di Bari. Era infatti dal Cara di Bari-Palese (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) e poi dal quartiere Libertà dove si erano stabiliti, che gli appartenenti alle gang controllavano i traffici illeciti in città e in provincia. L'indagine, coordinata dalle pm della Dda di Bari Simona Filoni e Lidia Giorgio, ha accertato che diversi episodi di aggressioni avvenuti negli ultimi anni all'interno del centro di accoglienza, violenza sessuale su connazionali, risse e accoltellamenti, sarebbero riconducibili alle attività delle gang, ritenute vere e proprie associazioni per delinquere di stampo mafioso con suddivisione gerarchica dei ruoli, rituali di affiliazione, ricorso alla violenza e all'intimidazione. Tra le principali fonti di guadagno dei gruppi criminali nigeriani presenti a Bari e documentate in questa inchiesta ci sono lo sfruttamento della prostituzione e l'accattonaggio davanti ai supermercati.

"Non si facciano strumentalizzazioni su questa vicenda. I nigeriani che sono stati arrestati sono persone che hanno commesso reati, esattamente come facciamo con tutte le persone di qualsiasi colore, razza e Paese. Poi ci sono tanti nigeriani che hanno chiesto aiuto nelle forme previste dalla legge, chiedendo cioè che lo Stato italiano intervenisse per riportare l'ordine e la giustizia", ha dichiarato il procuratore aggiunto di Bari Francesco Giannella commentando gli arresti di oggi. In conferenza stampa anche il procuratore Giuseppe Volpe ha evidenziato che "normalmente c'è una certa diffidenza nei confronti degli extracomunitari che fanno ingresso nel nostro Paese, ma così come ci sono extracomunitari che delinquono, ci sono quelli che collaborano con la giustizia. Le vittime dei reati sono anch'esse cittadini nigeriani che hanno collaborato".

"Voglio valorizzarlo - ha detto Volpe - perché spesso con le popolazioni autoctone abbiamo difficoltà ad ottenere collaborazione. In questo processo ci sono state tante denunce e riconoscimenti". Le indagini sono partite proprio dalle denunce di due vittime, a fine 2016, che si dicevano oggetto di pestaggi perché rifiutavano di "arruolarsi" in una delle due gang.

Agli atti dell'indagine ci sono due lettere con richieste di aiuto, del marzo e del maggio 2017, inviate alla polizia dal pastore spirituale del Cara di Bari e da alcuni ospiti del centro di accoglienza che si sentono in pericolo per la presenza dei clan mafiosi nigeriani che controllano la struttura. "Per favore proteggeteci, - scrive il pastore - perché passando queste informazioni stiamo mettendo le nostre vite in pericolo. Imploriamo il governo italiano di proteggerci perché non eravamo al sicuro in Nigeria, per questo siamo scappati, e ora in questo centro non siamo al sicuro a causa di queste sette".

Stando alle indagini le donne, nella maggior parte dei casi oggetto di tratta e sottomesse con violenza fisica e psicologica attraverso riti vudù, erano costrette a prostituirsi. Il denaro che se ne ricavava veniva inviato in Nigeria tramite corrieri o sistemi hawala o reinvestito nel traffico di droga (aspetto sul quale le indagini sono ancora in corso). L'inchiesta ha documentato, infatti, una crescita esponenziale dei flussi di denaro dall'Italia verso la Nigeria: nel 2018 - come rilevato da Banca d'Italia - 74,79 milioni di euro, il doppio del 2016 (6,2 milioni mensili di uscite di provenienza illecita). Gli inquirenti hanno messo in correlazione tale aspetto con la presenza di popolazione nigeriana in Italia, pari a 105 mila al 30 giugno 2019 secondo i dati del Rapporto annuale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, in prevalenza uomini, con il più basso tasso di occupazione (45,1% in confronto al 59,1% dei non comunitari) e il più alto tasso di disoccupazione (34,2% con il 14,9% dei non comunitari).

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