L’atlante della barbarie in mostra 40 fotoreporter a Madrid

Al Circulo de Bellas Artes 120 scatti dalle zone di conflitto

19 marzo, 19:19

(di Paola Del Vecchio)

MADRID - Un atlante della barbarie che si consuma a tutte le latitudini è quello proposto dalla mostra ''Creadores de conciencia'. attraverso l'opera di 40 fotoreporter spagnoli, molti dei quali impegnati in zone di conflitto, in corso fino al 28 aprile al Circulo de Bellas Artes di Madrid. Promossa da DKV per il XX anniversario del suo programma di responsabilità sociale e curata dal fotografo Chema Conesa, l'esposizione è un omaggio a quanti rischiano la vita per documentare la realtà con il potente linguaggio delle immagini. "Un autentico affresco dei problemi e dei drammi che riguardano tutta la società nel mondo, mediante lo sguardo di 40 fotogiornalisti. Oltre 120 immagini destinate a risvegliare le coscienze", ha spiegato Conesa, che ha curato la mostra con Juan Manuel Castro. "Sono in genere individui solitari, fatti per il mestiere di cacciatori, ancorati al proprio impegno professionale e spesso indifferenti alla trascendenza e alla ripercussione della propria opera. Sono solo testimoni spinti dall'inesauribile impulso di documentare i conflitti del pianeta", nelle parole del curatore. Una professione nell'ombra quella del reporter dai fronti caldi, vocazionale e con alte dosi di rischio. Ci sono urla assordanti perché fissate in uno scatto, come quelle di Enric Folgosa (Barcellona, 1959), attuale editore dell'agenzia Asociated Press di New York. E' autore della foto memorabile, scattata in Kosovo nel 1998, del cadavere del guerrigliero dell'Esercito di Liberazione kosovaro, Alí Murat, morto "nello scoppio di una bomba trappola in un distributore di benzina".

Nella foto, un gruppo di donne albanesi vegliano fra grida di dolore il cadavere. Diego Ibarra (Saragozza, 1982) appartenente a un'altra generazione, assicura di voler "mostrare il superamento e la speranza delle persone che vivono e riescono a sopravvivere nei paesi devastati dalla guerra". E' sua la foto in un campo di rifugiati a Jalozai, in Pakistan, nel 2018, dove sono ammassati migliaia di pachistani in fuga dalla violenza.

L'immagine ritrae una donna di un'età indefinibile che, come nella pietà di Michelangelo veglia un bambino. Altre foto impattano più per il contrasto che offrono con la realtà circostante. Come quella di Judith Prat (Huesca, 1973) che ha documentato il lavoro nelle miniere di coltan nel Congo.

Ritrae, nella città di Goma, "dove arrivano ragazze sfollate dal conflitto armato", un gruppo di giovanissime in tacchi alti all'entrata di un postribolo, Apollo, in una strada misera e sinistra. Immagini di grande bellezza che documentano la miseria umana. Al riguardo il fotoreporter Javier Bauluz (Madrid, 1960), che partecipa all'esposizione con varie fotografie sulla crisi dei rifugiati in Gracia, auspica che le sue opere "arrivino al cuore o alla testa del pubblico, non allo stomaco". Come accade nel caso dell'immagine della donna pachistana con il volto sfregiato dall'acido dal marito, per aver preteso il divorzio. L'autore è Emilio Morenatti (Saragozza, 1969), mentre la vittima ripresa è la pachistana Busha Shari, aggredita, brutalmente torturata e salvata dai vicini. Oggi vive con sua sorella vicino Islamabad ed è stata sottoposta a 25 interventi di chirurgia plastica di ricostruzione, che difficilmente riusciranno a restituirle i connotati.

(ANSAmed)

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