2013: da Siria a Medio Oriente, un nuovo anno di incertezze

Ancora scenari crisi in area Med, nodo economia e Fmi in Egitto

31 dicembre, 18:11

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(di Luciana Borsatti) (ANSAmed) - ROMA - L'inizio del 2013 apre per il Mediterraneo un altro anno carico di incertezze.

Con una Siria ormai vicina a compiere due anni di guerra civile in cui si sono contati ormai 45 mila morti, mentre la diplomazia internazionale tenta ancora la disperata impresa di tradurre in realtà le parole "tregua" e "pace".

Con un Medio Oriente sempre in tensione, dove Israele ha risposto con una massiccia politica di nuovi insediamenti a Gerusalemme est al riconoscimento della Palestina come Stato non membro all'Onu, e si prepara ad una netta vittoria della destra del premier Benjamin Netanyahu e di quella dei coloni nelle elezioni politiche del 22 gennaio.

E con un Egitto che - dopo il travagliato varo di una costituzione in cui l'opposizione vede un'impronta troppo islamista e scarse garanzie per i diritti civili ed individuali - deve ora fare i conti con una pesante crisi economica e valutaria e con il nodo non piu' rinviabile di un prestito da 4,8 milioni di dollari dal Fondo Monetario Internazionale.

Mentre Grecia, Spagna e Italia sono ancora alle prese con una crisi economica che ha rimesso profondamente in discussione gli assetti e la natura stessa dell'Unione Europea.

Quella della Siria è di gran lunga la spina nel fianco più dolorosa per tutto il Medio Oriente, i cui equilibri sono già in crisi prima ancora che sia avvenuta la caduta del presidente Bashar al Assad auspicata dall'Occidente, ma per nulla data per scontata dal suo potente alleato russo. L'inviato per la Siria dell'Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, dopo due recenti visite a Damasco e a Mosca ha annunciato di aver preparato una proposta di negoziato basata sul piano approvato a giugno della conferenza internazionale di Ginevra (cessate il fuoco, un governo di transizione fino alle elezioni e una nuova Costituzione) e che, ha assicurato, "soddisferà la comunità internazionale". Senza un accordo politico sarà ''l'inferno'', ha avvertito Brahimi dalla capitale russa - confermando una realta' che i siriani ben conoscono appunto da quasi due anni - e il Paese rischia di trasformarsi in una nuova Somalia. Ma la Coalizione delle opposizioni nata a novembre a Doha - e riconosciuta dalla maggior parte dei Paesi occidentali, pur preoccupati per le presenze straniere e jhadiste tra le milizie ribelli - ha accolto con freddezza le 'avances' dell potenza moscovita, ritenuta troppo vicina ad Assad. Per il quale si e' piu' volte parlato di una possibile uscita di scena grazie all'ospitalita' di un Paese straniero, dalla stessa Russia al Venezuela, come anche di un suo possibile ritiro in un'enclave alawita (la minoranza religiosa sciita cui appartiene il suo clan) lungo la costiera mediterranea. E di cui l'opposizione continua ad escludere ogni possibile permanenza in carica.

Intanto il Libano e' il primo paese limitrofo a temere le conseguenze del conflitto, vista anche la persistenza di tensioni settarie al suo interno, mentre la presenza di profughi siriani rappresenta un pesante onere non solo per Ankara, molto attiva come le potenze del Golfo nel sostenere i ribelli, ma anche per la piu' povera Giordania, dove il 23 gennaio si terrano le elezioni politiche e dove e' forte la presenza islamista tra le file dell'opposizione.

Al 22 gennaio e' stato invece fissato il voto anticipato in Israele, dove i sondaggi danno per vincenti la destra del premier Netanyahu e della coalizione elettorale Likud Beitenu, ma anche del partito religioso nazionalista Focolare ebraico.

Difficile dunque pensare ad un ammorbidimento rispetto al rilancio degli insediamenti ebraici a Gerusalemme est, con cui il governo Netanyahu ha subito risposto alla vittoria diplomatica del leader dell'Anp Abu Mazen all'Onu, che ha di recente riconosciuto lo stato palestinese come Paese osservatore nel consesso delle Nazioni Unite. Una linea dura, quella degli insediamenti - che ha fatto anche seguito alla breve ma cruenta operazione militare contro Gaza del novembre scorso - e contro la quale il governo di Ramallah sta pensando ad un ricorso alla Corte Penale internazionale. Mentre dal carcere Marwan Marghuti, il dirigente di Al Fatah che sta scontanto l'ergastolo, avverte che presto potrebbe scoppiare una "terza intifada" palestinese. Sul fronte nordafricano vengono intanto al pettine i nodi dell'Egitto post-rivoluzionario, dove il governo del presidente Mohamed Morsi - espressione dei Fratelli Musulmani - ha appena incassato il si' alla nuova costituzione in un referedum cui ha partecipato pero' meno di un terzo degli aventi diritto. Ma dopo due anni di instabilità politica e disordini di piazza - con il sempre difficile rapporto del presidente Morsi con la magistratura da una parte ed i militari dall'altra - per l'Egitto e' giunto il momento di porre un argine alla svalutazione monetaria, di riaffrontare la necessita' di un potente aiuto da parte del Fmi e di mettere mano ad una crisi economica che attanaglia tutti i settori, in un Paese dove un'ampia quota della popolazione vive in estrema povertà.

(ANSAmed).

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