Riad potenza più destabilizzante in Medio Oriente, dice Gary Sick

Analista Usa, se Trump lascia accordo Iran rischi per decenni

31 ottobre, 00:55

(di Luciana Borsatti) 

ROMA - E' quella dell'Arabia Saudita, guidata dalla sua nuova leadership, "la più pericolosa e destabilizzante influenza oggi in Medio Oriente". Ne è convinto Gary Sick, docente alla Columbia University e analista politico sul Medio Oriente, in questi giorni in visita in Italia.

Secondo il quale la nuova amministrazione Usa - la cui prima trasferta all'estero è stata proprio a Riad - "non ha alcuna particolare strategia" per il Medio Oriente. Mentre Trump finora ha agito con una combinazione di un "personale istinto viscerale, un tentativo di mantenere le promesse della sua campagna elettorale e consapevoli sforzi di disfare qualunque cosa dell'eredità" del suo predecessore, Barack Obama.

Nel conflitto con i ribelli Houthi in Yemen per esempio, dice Sick che ha tenuto in questi giorni una conferenza alla Stampa estera di Roma, Trump "ha abbracciato" la causa saudita "con molto più entusiasmo e carenza di spirito critico" di Obama, mentre la coalizione militare guidata da Riad si trova in uno stallo, con migliaia di vittime civili e una vasta epidemia di colera.

Anche l'adesione all'offensiva di Riad contro Doha - ultima tappa di una 'disputa dinastica' di lunga data, che ora spacca su due fronti i Paesi del Golfo - rischia di danneggiare gli interessi Usa, che "hanno sempre cercato di incoraggiare il Consiglio di Cooperazione del Golfo ad agire come una sola entità". L'isolamento imposto al Qatar dai sauditi insieme agli Emirati Arabi Uniti e al Bahrein ha indotto del resto il ricco emirato a rafforzare le sue capacità di resistere ad oltranza, grazie alle sue ampie risorse e all'aiuto giunto dall'Iran. Ma per l'analista politico il confronto tra l'Iran e l'Arabia Saudita non riflette una divisione religiosa tra sunniti e sciiti quanto una rivalità per il controllo della regione. Dove invece i conflitti più sanguinosi sono quelli tra diverse componenti dello stesso mondo sunnita - dove per esempio l'Isis, pur nemico dei musulmani sciiti, lo è anche della dinastia wahabita saudita, in quanto non abbastanza radicale. Ma è in particolare in Siria che gli Usa si allineano con i 'perdenti' di quel conflitto, ossia i sostenitori nel Golfo della disomogenee opposizioni del presidente Bashar Al Assad e quanti avevano scommesso sulla sua caduta in breve tempo.

Gli esperti che invece lo escludevano avevano ragione, osserva, "anche se nessuno aveva previsto l'importante contributo militre giunto da Iran, Hezbollah e alla fine Russia.

Ora possiamo dire con qualche certezza che Assad ha vinto, anche se la guerra civile dovesse continuare ancora per anni". E con lui la Russia e l'Iran, mentre i curdi, che hanno dimostrato la propria forza militare, hanno trovato solo in Israele un sostenitore del recente referendum per l'indipendenza del Kurdistan iracheno.

Certo, chi ha perso di più è stato finora l'Isis, ma anche su questo Washington secondo Sick, "non ha una strategia per il futuro". Quanto all'Iran, il suo rafforzamento come potenza regionale in questi anni è stato anche il frutto degli interventi militari degli Usa in Afghanistan e in Iraq - ricorda ancora l'analista.

Senza Teheran, aggiunge, "l'Isis sarebbe giunto fino a Baghdad".

Eppure l'offensiva politica di Trump contro l'Iran dimentica come, di fronte a questo gruppo terroristico, Washington e Teheran siano alleati. Ed il suo aver passato la palla al Congresso, nella ricerca di una strada per azzerare l'accordo del 2015 sul nucleare, comporta il rischio che la decisione torni al lui, nel caso opti per nuove sanzioni oppure lasci al presidente la scelta del ritiro unilaterale dall'accordo. Cosa che aprirebbe una crisi fra gli Usa e loro importanti alleati internazionali.

Ma un ritiro unilaterale, sottolinea, darebbe soprattutto "l'innesco ad una serie di dinamiche con effetti sulla sicurezza del Medio Oriente e del resto del mondo per i prossimi decenni".

Scenari "preoccupanti" dunque, anche se da chi sta al governo non ci si dovrebbe aspettare, conclude, né "sconsideratezza" né "incoscienza". 

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