Tunisia: 4 anni fa caduta Ben Ali, da primavera a realismo

Paese si affida a Essebsi il pragmatico dopo stagione Ennadha

13 gennaio, 12:04

(di Diego Minuti) (ANSAmed) - XXX GEN - Quattro anni fa, quando ancora non si era dispersa l'acre nuvolaglia dei gas lacrimogeni, Zine el Abidine Ben Ali abbandonò la Tunisia che, scendendo in piazza, aveva deciso di scacciarlo. Una fuga in piena regola, con la moglie,l'odiata dal popolo Leila, ed il più piccolo dei figli, per evitare una resa dei conti che, come insegna la storia recente di altre rivolte nel mondo arabo, poteva risolversi in un gigantesco bagno di sangue. Sono passati quattro anni e la Tunisia, per uscire da una gravissima crisi (economica e di valori), ha deciso di voltare pagina, dopo l'ebbrezza dei primi mesi dopo la fine dell'era-Ben Ali.Un periodo che ha mostrato inequivocabilmente la fragilità di una democrazia giunta sulle ali di una rabbia popolare covata per troppo tempo. Sentimento alimentato dalla rabbia di vedere un Paese, potenzialmente in grado di badare a se stesso, divorato da una cricca rapace, costituita dalla famiglia del dittatore e dai suoi sodali, che fagocitò tutto quello che produceva ricchezza, fregandosene della legge e del rispetto per gli altri. La fine ingloriosa di Ben Ali, restituendo la Tunisia alla democrazia, ha imposto di seguire la strada già percorsa da altri Paesi che, trovatisi dall'oggi al domani liberi dalla dittatura, hanno pensato che questo desse alla nuova classe dirigente un salvacondotto per ogni decisione. Cosa che ha portato la Tunisia, con le elezioni della Costituente e la presa del potere - dopo un voto democratico - da parte della coalizione guidata dall'islamico Ennahdha, a inseguire il sogno di avere, pronta ed efficace, una efficace governance. Un errore, come ha dimostrato il tempo, che ha alimentato in molti il rimpianto per il vecchio modello di Ben Ali, in cui la corruzione era imperante, ma contribuiva a fare marciare la macchina-Paese. E' paradossale, ma sino a ieri, girando per le strade di Tunisi come dell'intellettuale Sousse o della cosmopolita Mahdia non era infrequente trovare chi ricordava quasi con nostalgia i tempi in cui Ben Ali assicurava che tutto andasse per un verso, non certo quello giusto, ma comunque era ''un verso''. Gli anni del governo targato Ennahdha hanno spaccato il Paese, ben più di quello che l'esito delle recenti consultazioni elettorali ha mostrato, acuendo le differenziazioni tra chi ha pensato all'Islam come all'elisir per guarire tutte le ferite e chi, invece, rivendica la laicità dello Stato come garanzia contro le diseguaglianze. Il Paese, anche sull'onda emotiva di gravi eventi di cronaca, ha deciso di fare un passo indietro nel tempo, affidandosi ad un vecchio e navigato statista, Beji Caid Essebsi, che non ha mai nascosto - nè avrebbe potuto farlo - il suo cursus honorum, che lo riporta all'epoca di Bourghiba e, anche, di Ben Ali. A lui, pragmatico come sempre, spetta il compito di fare comprendere ai suoi concittadini che la ''primavera'' tunisina, pur se ha portato la democrazia o a qualcosa di molto simile,non può più condizionare la vita quotidiana del Paese, dove l'Islam deve avere un posto importante, ma non può comprimere le libertà anche di uno solo dei tunisini. Concetto spesso dimenticato da chi, in nome e per conto della religione, ha pensato che chi non condivideva questo messaggio era un nemico da abbattere. (ANSAmed).

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