Tunisia:10 anni dopo, fu vera rivoluzione?

L'analisi del professor Ben Achour

13 gennaio, 09:30

(ANSAmed) - TUNISI, 13 GEN - La rivoluzione tunisina celebra il suo decimo anniversario. Inevitabile non tentare di azzardare un bilancio a 10 anni esatti dalla cacciata del potente presidente Ben Alì, cominciata il 17 dicembre del 2010 con il gesto disperato di un giovane venditore ambulante a Sidi Bouzid, poi sfociata in insurrezione popolare.

Ma fu vera rivoluzione? Ad ogni 14 gennaio, alcune voci si alzano per celebrare l'evento, altre per denunciare un complotto. Gli argomenti a favore dell'una o dell'altra tesi non mancano.

Ma anche se spetterà alla Storia emettere su quegli avvenimenti un giudizio definitivo. prova a rispondere su questo tema sul mensile Leaders, Yadh Ben Achour, professore universitario, già Presidente dell'Alta Autorità per la Rivoluzione e oggi membro del Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Ben Achour ricorda innanzitutto "che una rivoluzione è un trauma sociale e non la realizzazione del paradiso terrestre" e dunque "aspettarsi vantaggi tangibili e immediati da una rivoluzione significa fraintendere la storia delle rivoluzioni nel mondo ed essere intrappolati in una 'concezione miracolosa' della rivoluzione. Una tale concezione ovviamente spalanca le porte alla disillusione. Questo è lo stato psicologico che cattura l'opinione pubblica nel decimo anniversario della rivoluzione".

La seconda ragione - secondo Ben Achour - "è che la rivoluzione tunisina ha realizzato pienamente almeno metà del suo messaggio, ovvero l'attuazione di un regime democratico".

"Non dobbiamo ridurre questa conquista democratica alla sola libertà di espressione, come spesso sentiamo dire. La libertà di pensiero e di espressione è certamente uno dei pilastri di un regime democratico, ma non ne rappresenta l'elemento esclusivo.

Sebbene il panorama politico attuale sia caratterizzato da un funzionamento caotico, che si spiega con la mancanza di esperienza e disciplina dei suoi attori, la Tunisia è comunque riuscita nell'esperimento democratico che riguarda insieme le idee e le arti, i partiti politici, l'esercizio del potere, i controlli degli equilibri istituzionali, la trasparenza e la regolarità delle elezioni, la libertà di riunione, di manifestazione, ecc. È quindi sbagliato credere che la rivoluzione sia alla fine sfociata nel nulla".

"La terza ragione - aggiunge - è che questa analisi, che attribuisce alla rivoluzione le difficoltà del presente, fino a negarla del tutto, si basa su una scorciatoia intellettuale strabiliante. In effetti, ciò che è più importante in una rivoluzione è il messaggio e le risorse simboliche che lascia per le generazioni future. Una rivoluzione è il fondamento di un nuovo pensiero, nuove prospettive sociali e politiche, nuovi diritti e nuove libertà. Non può essere giudicato sulla base degli eventi storici immediati che lo precedono. Mi sembra sbagliato soffermarmi sulla situazione attuale nel nostro paese, e concludere che la rivoluzione non è avvenuta, che non ha cambiato nulla o che il regime dittatoriale era migliore.

Quest'ultima affermazione non è né più né meno che una mostruosità. Questi giudizi non hanno valore in sé, ma esprimono piuttosto reazioni istintive e confuse. Se guardassimo un po' più da vicino la scena politica del nostro Paese, con uno sguardo liberato dal sovraccarico ardente causato dalle notizie quotidiane, vedremmo che il messaggio della rivoluzione resta una sorprendente capacità di mobilitazione e presenza. A livello di pensiero, come a livello di azione. Una rivoluzione non si giudica dalle fluttuazioni del mercato azionario, dal tasso di inflazione o dal tasso di crescita economico. Né può essere misurata con l'azione politica tristemente caotica. È qualcosa di più profondo che viene rivelato dalla forza con cui il messaggio della rivoluzione rimane un riferimento politico e sociale costante e una fonte di mobilitazione permanente. Oggi, a dieci anni dall'evento rivoluzionario, il messaggio della rivoluzione resta molto vivo e rimarrà ancora ben radicato nelle rappresentazioni collettive della politica". La società tunisina dopo la rivoluzione si trova quindi, secondo il professore, "in una situazione che richiede urgenti azioni correttive che devono ispirarsi ai principi tracciati dalla rivoluzione stessa". Ideologicamente, è imperativo difendere la società tunisina dalla morsa dell'islamizzazione della società e dello Stato. Per questo, sarebbe necessario costituire non un partito politico ma un movimento laico su larga scala basato sui principi della rivoluzione nazionale di indipendenza e sulle conquiste del bourguibismo". . (ANSAmed) (ANSA).

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