Smirne, gli ultimi levantini,testimoni mondo che non c'è più

Discendenti di famiglie mercanti e banchieri a servizio Ottomani

02 giugno, 16:23

(di Cristiana Missori) (ANSAmed) - SMIRNE (TURCHIA), 2 GIU - Sono gli ultimi testimoni di un mondo che non esiste più. Sono gli italo-levantini di Smirne, discendenti di antiche famiglie di mercanti, banchieri, notai, diplomatici e commercianti insediatisi nella città affacciata sull'Egeo, un tempo capitale economica dell'Impero ottomano. Genovesi, veneziani, amalfitani e pisani, giunti al tempo delle crociate e delle repubbliche marinare, che vivevano al fianco dei greci, armeni, francesi, maltesi, olandesi e britannici. Uniti da un comune denominatore: provenire da occidente e vivere in una città del Mediterraneo orientale (come Costantinopoli e poi Istanbul, Salonicco, Alessandria d'Egitto, Candia, Giaffa). Oggi Smirne - città cosmopolita e più aperta di tutta la Turchia - conta forse 300 levantini doc. sui circa 1.100 italiani registrati. Si chiamano Sbisà, de Portu, Aliotti, Aliberti o Baltazzi e, malgrado il crollo dell'Impero ottomano e la nascita della Turchia moderna, hanno scelto di vivere qui. ''Oggi la comunità levantina va riducendosi sempre di più, per via dei matrimoni misti'', racconta ad ANSAmed il console generale d'Italia, Luigi Iannuzzi. Un tempo, infatti, ''i levantini si sposavano unicamente fra di loro'', dal momento che non erano consentiti matrimoni con i cittadini dell'Impero. Alessandro Baltazzi, a 78 anni, viene ritenuto da molti la memoria storica della comunità italo-levantina di Smirne.

Discendente da una potente famiglia di mercanti e banchieri giunta da Venezia nel 1746, racconta come nel 1847 i suoi antenati - insieme ai levantini francesi - misero su la prima banca dell'Impero, la Banque de Constantinople. ''La Sublime Porta aveva bisogno di molti crediti. Grazie alla nostra capacità di finanziare il Sultano, avevamo ottenuto molti privilegi e l'esclusività di alcuni porti''. Con la caduta dell'Impero ottomano e l'arrivo di Kemal Ataturk al potere, questo mondo cosmopolita cambia, quasi scompare del tutto. Compresa una figura che per secoli ebbe un grande ruolo: quella del dragomanno, ossia l'allora traduttore, interprete e guida, ''che nei secoli passati e fino ai primi del Novecento rendeva possibili i rapporti politici, commerciali e culturali degli Stati europei con l'Impero ottomano'', come spiega Livio Angelisanti, ormai l'ultimo dragomanno italiano in Turchia. Oggi ha senso infatti parlare di 'semplice' interprete.

''Nel 1927 la lingua ottomana - un misto di arabo e persiano - viene abbandonata e vengono adottati i caratteri latini'', e tutto cambia. Anche il ruolo del dragomanno, spiega Angelisanti - nato a Istanbul come un tempo veniva richiesto dagli interpreti presso la Sublime Porta, ''che generalmente erano nati a Istanbul da almeno un genitore italiano e uno locale'' - e che da 34 ricopre questo incarico per il governo italiano. Mantenere dunque viva la memoria di questa gloriosa comunità che ha servito l'Impero ottomano non è facile. In molti non sanno più parlare italiano. L'interesse ''nei nostri confronti però non manca'', sostiene Baltazzi. ''Sia l'Italia che la Turchia si stanno interessando a questa comunità''. Grazie all'aiuto della Camera di Commercio italo-turca, ''abbiamo cercato di ritrovare le famiglie levantine che vivono ormai all'estero e le abbiamo invitate a parlare e a raccontare le loro storie''. A guardarli da fuori, questi ''franchi d'acqua dolce'', come spesso venivano chiamati dai sultani, sembrano vivere in un altro mondo. Un mondo che non c'è più: ''dove la vita assumeva un ritmo mediorientale e dove l'occidentale assumeva qualcosa di orientale''. (ANSAmed).

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