ARTE: A BIENNALE VENEZIA IL PRIMO PADIGLIONE PALESTINESE

(di Luciana Borsatti)
(ANSAmed) - VENEZIA - Il suo atelier di artista a Gaza,
dove dal 2006 Taysir Batniji non puo' piu' tornare, e' ora
una gigantografia in fondo ad una stanza bianca, il pavimento
disseminato dei residui lasciati dal temperamatite usato con
pazienza su centinaia di matite rosse. E' una delle sette
opere che compongono Palestine c/o Venice, il padiglione
palestinese allestito, fra gli eventi collaterali della
Biennale, all'ex Convento Cosma e Damiano sull'isola della
Giudecca. Il primo nella storia della Biennale di Venezia,
almeno dai tempi in cui la Palestina era ancora un
protettorato britannico. ''Un evento molto importante, dal
punto di vista artistico come da quello politico'', ha
commentato Leyla Shahid, ambasciatrice palestinese a
Bruxelles, all'affollata inaugurazione. Dopo la nascita dello
Stato di Israele, infatti, gli artisti palestinesi - pur
presenti a livello individuale - non hanno mai trovato posto
in una propria cornice nazionale nell'ambito della piu' che
centenaria esposizione internazionale. L'intento di colmare
tale lacuna, da parte dell'allora direttore della Mostra
Francesco Bonami, sfocio' nel 2003 nel significativo
'Stateless Nation' di Sandi Halil e Alessandro Petti, con
passaporti alti due metri disseminati tra i padiglioni dei
Giardini. Ora, in uno spazio offerto dal Comune, i progetti
artistici di Palestine c/o Venice in vario modo rimandano
anch'essi alla dimensione del non-luogo associata
all'identita' dei palestinesi. Come nel caso della 3rd Riwaq
Biennale 2009, progetto che collega 50 villaggi palestinesi
alle tante biennali e manifestazioni artistiche che si
svolgono nel mondo, da Sidney a San Paolo, per far incontrare
artisti locali e internazionali, ma anche architetti ed
esperti di spazi ed eventi espositivi, per sviluppare una
rete di progetti e collaborazioni per il futuro. Curato da
Salwa Mikdadi, palestinese di Gerusalemme, con il patrocinio
del Comune e la collaborazione di Nuova Icona, Palestine c/o
Venice include anche opere di Shadi HabibAllah,, i gia'
citati Hilal e Petti, Jawad Al Mahli, Khalil Rabah e anche un
progetto mancato: quello di affiancare al nome di ogni
fermata di vaporetto la sua traduzione in arabo, in una via
di trasporto bilingue attraverso i canali di una citta' dove,
ricorda l'artista Emily Racir (gia' premiata con il Leone
d'oro all' ultima edizione della Biennale), ''secoli di
scambi interculturali tra Venezia e il mondo arabo sono
chiaramente visibili lungo le rive''. Ma il progetto, che
andava autorizzato dall'azienda di trasporto locale, non e'
andato in porto. E ora lo documentano solo le ricostruzioni
fotografiche digitali riprodotte nel depliant 'Stazione'.
Palestine c/o Venice e' realizzato esclusivamente grazie a
sponsor privati - precisa Vittorio Urbani direttore di Nuova
Icona - perche' non possa essere riconducibile a nessuna
delle due entita' politiche dei territori, Anp e Hamas. A
realizzarlo sei istituzioni artistiche palestinesi che
presentano copie delle opere esposte a Venezia in sei sedi
diverse: due a Gerusalemme, tre a Ramallah e una a Birzeit.
''Una scelta per superare le grandi difficolta' che i
palestinesi incontrano se vogliono viaggiare all'estero'',
spiega Salwa Mikdadi. L'idea di fondo, sottolinea inoltre, e'
quella di fare di questo evento non solo un momento
espositivo a termine, ma ''un inizio'' per il futuro.
''Vorremmo creare dei legami permanenti tra artisti italiani
e palestinesi - spiega - che vadano oltre la chiusura della
Biennale'', il 12 ottobre. ''Essere un artista nei Territori?
Come essere un monaco nel Medio Evo - risponde Jawad Al
Malhi, che presenta un'enorme immagine del piu' grande campo
profughi di Gerusalemme - con poche gallerie e nessun mercato
ne' museo, mentre sarebbe vitale avere contatti con
l'esterno. E anche senza uno Stato, siamo parte della cultura
mediterranea''. Ma e' importante, osserva Tina Sherwell,
direttrice dell'International Academy of Art Palestine che da
Londra si e' trasferita anche lei a Gerusalemme, garantire
agli artisti palestinesi tutti gli strumenti per costruire un
proprio linguaggio artistico ed un'autonoma capacita' di
espressione e autorappresentazione. E recuperare ''la
capacita' di sognare - conclude - e di credere che vi sia un
potenziale, che vi sia un futuro''. (ANSAmed).