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Tragedia della Kater i Rades raccontata da Leogrande

Motovedetta albanese finita a picco il 28 marzo 1997

25 novembre, 08:23
DRAGAMINE ALBANESE KATER I RADES [ARCHIVE MATERIAL 19980729 ] DRAGAMINE ALBANESE KATER I RADES [ARCHIVE MATERIAL 19980729 ]

 (ANSA) - ROMA, 18 NOV - ALESSANDRO LEOGRANDE: IL NAUFRAGIO (Feltrinelli, pp.220, 15 euro) - La cronaca di una strage: dalle cause, ai meccanismi che l'hanno innescata, a chi se ne sente colpevole, a chi la nega e ai parenti delle vittime, alcuni dei quali costretti a seppellire bare vuote. E' quanto traccia il giornalista Alessandro Leogrande, in Il naufragio, la storia dell'affondamento della Kater i Rades, motovedetta albanese da una decina di posti che finì a picco il 28 marzo 1997, un venerdì santo, nel canale d'Otranto, carica di quasi 120 albanesi, fra donne, uomini e bambini, che stavano cercando di arrivare in Italia. Dei passeggeri, se ne sono salvati solo 34, cinquantasette i corpi ritrovati e almeno 25 quelli dei dispersi in mare, per un totale di 81 morti.

"Un naufragio - spiega l'autore - è solo apparentemente un fatto collettivo. Lo è solo nel racconto storico dell'evento, o nella sua percezione giornalistica. Un naufragio è invece la somma di tanti abissi individuali, privati, ognuno dei quali è incommensurabile, intraducibile, ma pienamente narrabile". Il libro alterna la ricostruzione del viaggio della Kater i Rades, le testimonianze dei superstiti e dei parenti delle vittime, di alcuni alti militari italiani rigorosamente anonimi, oltre che il racconto delle fasi dei processi. Ma soprattutto prova a delineare il più chiaramente possibile le responsabilità della corvetta della marina italiana Sibilla (4 volte più lunga e tre più larga della motovedetta, e con un peso di 1285 tonnellate contro 56) nell'affondamento della carretta del mare albanese. Aveva tentato di fermarla prima con avvertimenti, poi avvicinandosi sempre di più, fino alla collisione fra le due imbarcazioni, con la Kater i Rades che si capovolge e diventa una trappola per la maggiorparte delle persone a bordo, stipate sottocoperta. Un evento descritto da alcuni testimoni albanesi, come un voluto speronamento da parte della corvetta italiana e dai militari italiani come un tragico incidente, dovuto alle manovre irresponsabili del timoniere albanese nel tentativo di scappare.

E' un'indagine quella che Leogrande porta avanti cercando pezzi di verità tra i silenzi (soprattutto delle comunicazioni via radio fra le navi italiane nell'area quel giorno, di cui non è rimasto quasi nulla), la paranoia verso gli immigrati che aveva investito l'Italia, l'imbarazzo di un governo di centrosinistra allora in carica e gli ordini concitati di quella sera, fra il comando di Taranto e Roma.

Sul versante giudiziario, la storia si è arricchita il 28 giugno 2011 della sentenza del processo d'appello, che conferma le condanne per naufragio colposo e omicidio plurimo colposo a Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla e Namik Xhaferi, timoniere della Kater i Rades. Un verdetto che non cancella i tanti buchi nella ricostruzione della dinamica dei fatti, né il dolore delle tante famiglie che hanno perso quella sera figli, mariti mogli, nipoti, molti dei quali si sono visti negare le richieste di risarcimenti. Fra questi c'é Xhiko, madre di Zini, il figlio 27enne partito per raggiungere il fratello pizzaiolo a Milano.

La donna che dal 1997 veste sempre di nero negli anni ha visto il nome del figlio, di cui non è mai stato trovato il corpo, prima incluso nella lista delle vittime e poi escluso. Una seconda scomparsa per cui cerca ancora giustizia. Leogrande ricorda alla fine come dal 1988 ad oggi quasi 18mila persone sono morte nel tentativo di raggiungere l'Europa, e si sofferma sull'emergenza che si è spostata lungo l'asse Libia - Lampedusa. Per lui aver ricostruito il naufragio del 1997 è un modo per contribuire "a rompere la cappa di assuefazione che avvolge tutte le morti in mare. Quelle del canale d'Otranto e quelle a sud di Lampedusa, quelle dell'Egeo e dello Stretto di Gibilterra. I numeri senza volto, i numeri senza storia, i numeri senza giustizia". (ANSA). Y64-CA/ S0B QBXB

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