Disabile espulso, scuola condannata per discriminazione

Un giudice di Milano accoglie il ricorso della famiglia, serviva piano educativo

Non ha redatto per lui un "piano educativo individualizzato", come doveva, anzi ha ridotto il numero di ore di lezione che poteva frequentare, l'ha sospeso e poi l'ha espulso per il suo comportamento. Per questi motivi il Tribunale di Milano ha condannato per "condotta discriminatoria" nei confronti di uno studente affetto da disabilità una scuola di formazione professionale, dopo il ricorso della famiglia, supportata dal 'Centro antidiscriminazione Franco Bomprezzi di Ledha-Lega per i diritti delle persone con disabilità'.

La scuola ha "disatteso gli obblighi imposti" per legge e non ha predisposto gli "strumenti idonei (sostegno, adattamento del programma di studio) per consentire" al ragazzo "l'integrazione scolastica in condizioni di parità con gli studenti normodotati", tenendo conto delle "caratteristiche fisiche, psichiche e sociali ed affettive dell'alunno". Lo scrive il giudice di Milano che ha condannato per discriminazione un centro di formazione professionale che, nel gennaio dello scorso anno, ha espulso un alunno disabile per i suoi "comportamenti aggressivi e intemperanti". Proprio in questa "omissione", si legge nella sentenza, "si identifica la condotta discriminatoria posta in essere" dall'istituto "che, così facendo ha di fatto pregiudicato la possibilità di integrazione scolastica" dell'alunno e "da tali omissioni deriva l'illiceità anche delle ulteriori condotte pregiudizievoli addebitate come discriminatorie (riduzione del tempo scuola, sospensione ed espulsione)". "I diritti delle persone con disabilità, in particolare quelli relativi all'inclusione scolastica, sono affermati con chiarezza dalla legge - ha commentato Alessandro Manfredi, presidente della Ledha, che ha assistito i genitori del ragazzo, assieme anche all'avvocato Barbara Legnani -. Quando questi diritti vengono violati, tuttavia, le famiglie sono spesso titubanti di fronte alla possibilità di ricorrere alle vie legali per vedere riconosciuti i diritti dei loro figli".

 

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