Bernabè, autoanalisi per ripartire

''A conti fatti', biografia per riflessione su Stato-economia

(ANSA) - ROMA, 21 GIU - FRANCO BERNABE', ''A CONTI FATTI. QUARANT'ANNI DI CAPITALISMO ITALIANO'' cura di Giuseppe Oddo (Feltrinelli, pag. 355, euro 20,00)

La statua di Marx ed Engels su fondo rosso campeggia in copertina per un libro di oltre 350 pagine che ''si rivolge alla classe dirigente italiana perché sia stimolata a riflettere sulla sua storia e sulle sue scelte, sui motivi per cui siamo nella condizione in cui ci troviamo oggi. E' un libro di autoanalisi in cui racconto la mia esperienza che in alcuni casi è stata un successo, in altri meno. Per capire dove abbiamo sbagliato e quali lezioni trarne per il futuro. Un tema importante e urgente in questo momento in cui siamo nel pieno di un dramma economico. Con le disponibilità che abbiamo nei prossimi due anni bisogna essere capaci di progettare un sistema che risolva i problemi che abbiamo''. Lo pensa Franco Bernabè, manager raffinato e di lungo corso, che in ''A conti fatti'', si mette a nudo scavando nella sua vita, dalla formazione ai rapporti con il potere in ogni sua forma. ''Ha fatto bene Conte - aggiunge Bernabè in una conversazione con l'ANSA - a convocare gli Stati generali. E' un'opportunità per tutti di far sentire la loro voce. Certo forse sarebbe stato opportuno lavorarci di più, ma è comunque utile che tutti partecipino ad una riflessione collettiva''.
    Un libro bello, bisogna dirlo, perché attraversa la storia del mondo economico italiano dall'interno, in una prospettiva che è raro trovare. ''Il libro ha tante chiavi di lettura e tanti strati. Uno è la riflessione sul neo liberismo e sulle sue origini, su come oggi si registri un'inversione ideologica''.
    Parla insomma del rapporto ''tra Stato e mercato, di come lo Stato deve entrare nell'economia alla luce di un'esperienza pratica senza conclusioni teoriche. Un tema di cui si dibatte da trent'anni e che oggi, con la crisi, torna di grande attualità con la decisione esplicita di sospendere il processo di privatizzazione che era andato avanti e di invertirlo. Il libro solleva una serie di problemi, analizza i motivi per cui lo Stato è uscito, che sono ancora validi. Bisogna vedere con sospetto un ritorno dello Stato o le circostanze sono cambiate? A quali condizioni si deve rientrare?''. Per Bernabè abbiamo visto in realtà come ''siano stati i partiti ad affondare la legittimazione dello Stato all'interno del mondo industriale. Se si fossero rispettate le regole stabilite da Beneduce negli anni Trenta, lo Stato imprenditore non avrebbe fatto la fine che ha fatto. Qui porto le mie esperienze concrete: la privatizzazione ben riuscita di Eni, quella mal riuscita di Telecom, con del buono e del cattivo in entrambe''.
    Ma il ''vento del cambiamento è sempre stato solo una leggera brezza in Italia'', scrive il manager: ''L'Italia non fa rivoluzioni come i francesi, non ha il rigore ideologico dei paesi anglosassoni. In un paese che entra in guerra con un alleato e ne esce dalla parte opposta e comunque si sente vincitore tutto è possibile. Qui si passa da un governo di centro destra ad uno di centro sinistra con lo stesso presidente del Consiglio. Senza il rigore ideologico non si capisce mai dove vogliamo andare, ma ci sono meno traumi sociali. Qui non c'è mai stata la ghigliottina della rivoluzione francese''. In realtà, a suo avviso ''il 1992 è stato un anno rivoluzionario, l'unico del dopoguerra. Si è pensato che l'Italia potesse essere rifondata, ma è mancata un'architettura.
    Si è smantellato un sistema che aveva la sua logica e non lo si è sostituito, ma se ne sono solo aggiustati dei pezzi''.
    Un libro, questo, che mette non a caso al centro il tema della formazione: ''Sono due le colonne sulle quali ripartire per rifare il paese. Una è la riforma dell'amministrazione dello Stato, dove è la politica che ha creato una totale quanto inutile complicazione. Con il corollario della riforma della giustizia civile e penale. Abbiamo 30 mila fattispecie di reato quando a Mosè bastavano dieci comandamenti, è assurdo. Il secondo è la scuola. Ha subito tagli drammatici, non è mai stata fatta una riforma organizzativa, ma sono stati fatti solo interventi di natura sindacale. Questo determina la scarsa qualificazione della nostra forza lavoro. Se non c'è un'educazione terziaria diffusa, come possiamo pensare di avere paese digitalizzato? Il 35% della popolazione di Internet non sa cosa farsene, un terzo non sa nemmeno cosa sia internet.
    L'abbiamo visto anche nel lockdown, hanno riaperto i bar, non la scuola''. Insomma molte colpe sono della politica? ''C'è troppa precarietà nella politica e l'orizzonte di pochi mesi non può essere da statista''. (ANSA).
   

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