1991-2021, trent'anni di camoscio appenninico sulla Maiella

Lama dei Peligni festeggia oggi grande lavoro di conservazione

19 agosto, 13:38

(ANSA) - LAMA DEI PELIGNI, 19 AGO - E' la colonia di camosci più forte e robusta dell'Appennino, oggi conta oltre 1.500 individui in ottima salute: è quella che vive nel Parco Nazionale della Maiella da dove, grazie a biologi e veterinari che lavorano da anni su questo ungulato di montagna, sono partiti gli esemplari fondatori di altre due colonie, quella del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e quella del Parco Regionale Sirente Velino.

La storia di questa colonia - che segue l'iniziativa antesignana del Parco Nazionale d'Abruzzo, unico parco che, nel dopoguerra, conservava una popolazione di camosci ridotta al minimo - è quella di un interessante intervento di salvataggio di una specie a rischio, possibile grazie anche al sostegno del paese di Lama dei Peligni (Chieti), a 700 metri di quota, che ha contribuito alla costruzione di un'area faunistica poi divenuta base per le operazioni di reintroduzione. E oggi, a Lama dei Peligni, con visite guidate e tavole rotonde, il Parco accoglierà e ricorderà tutti coloro che hanno contribuito, nel tempo, a questa impresa, il ritorno del camoscio sulla Maiella.

Tutto iniziò nel 1991 con la Riserva Maiella Orientale, prima ancora dell'istituzione del Parco della Maiella, poi l'avventura proseguì, con risultati anche inaspettati, con la regia del Parco Nazionale della Maiella: furono consolidate misure di monitoraggio e tutela e si fece ricorso a due progetti Life finanziati dalla Commissione Europea, l'ultimo dei quali, 'Life Coornata', fu premiato a Bruxelles tra i migliori progetti di conservazione europei.

L'area faunistica di Lama dei Peligni, con una superficie di circa cinque ettari, è divisa in cinque subrecinti con diverse tipologie di ambienti: pareti rocciose, boschi e radure, morfologia che consente una facile osservazione degli animali. A servizio dell'area faunistica c'è un centro veterinario.

Il camoscio appenninico, dunque, dopo 30 anni di sforzi di conservazione, studi, attività di assistenza agli allevatori che ne condividevano i pascoli, può ritenersi salvo, oltre che simbolo di una sinergia che ha condotto a un successo di conservazione che è anche successo di valorizzazione identitaria per l'Abruzzo e le genti d'Appennino. (ANSA).

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