Festival Cairo, la lunga storia degli armeni d'Egitto

Film documentario racconta ultimi 200 anni presenza comunità

18 novembre, 17:33

Un'immagine dal documentario We are Egyptian Armenians Un'immagine dal documentario We are Egyptian Armenians

(di Cristiana Missori)

IL CAIRO - ''Io forse ho dato poco a questo Paese, ma a me l'Egitto ha dato moltissimo. Mi sento 100 per 100 egiziana e 100 per cento armena: della matematica mi curo poco''. A parlare è Eva Dadrian, giornalista e scrittrice che insieme a Waheed Sobhi e Hanan Ezzat firma We are Egyptian Armenians, film documentario che ripercorre la storia degli ultimi 200 anni di presenza armena nel Paese.

Il film è stato presentato al Festival internazionale del Cinema del Cairo (in corso fino al 24 novembre) in una sala gremita di spettatori egiziani di origine armena accorsi per vedere raccontata la loro storia. A farlo, insieme alla stessa Dadrian, le terze generazioni di armeni, nati - o giunti in in Egitto - dopo il 1915. Fuggiti dalla Turchia durante il genocidio iniziato il 24 aprile di quell'anno per mano ottomana, che in tre anni porto al massacro di 1,5 milioni di persone.

''La nostra presenza - racconta la regista - risale però a molto più indietro, sin dall'epoca mamelucca''. Una comunità apprezzata e pacifica che crebbe soprattutto nell'Ottocento, sotto Mohamed Ali, contribuendo allo sviluppo dello Stato moderno, tramite i suoi funzionari, traduttori - grazie alla facilità con cui parlano arabo, armeno, francese e inglese - artigiani e anche ministri. Fu proprio il khedive a scegliere come suo ministro degli Esteri (dal 1808 al 1844) un armeno, Boghos Youssoufian. ''In 4050 giunsero a Port Said il 15 settembre del 1915, portati in salvo dalla Marina militare francese'', ricorda Dadrian. Nel 1925, dieci anni dopo il genocidio, la comunità armena in Egitto era aumentata notevolmente. ''Eravamo circa 12 mila''. Vivevano nei quartieri popolari del Cairo come anche in quelli di Alessandria, sviluppano commerci, professioni, diventano editori, commercianti, artigiani, produttori di sigarette e, soprattutto, gioiellieri. Mettono in piedi chiese, scuole e centri culturali per non perdere le loro tradizioni e mantenere viva la loro tradizione. Le immagini che scorrono e le parole riportano a un epoca, quella dell'inizio del 900 in cui l'Egitto era cosmopolita, aperto, tollerante e in cui vivevano fianco a fianco - non si stancano di ripetere i protagonisti - varie minoranze straniere, ebrei, italiani, greci, maltesi.

''Momenti difficili - rammentano - vi furono. Nel 1919 - con i primi movimenti indipendentisti egiziani - venimmo sospettati di sostenere gli inglesi e di avere ordito l'assassinio del primo ministro anti-britannico Saad Zaghloul'' nel 1927. Altro momento delicato fu dopo la presa di potere di Nasser. Le nazionalizzazioni colpirono infatti anche la comunità armena.

Oggi gli egiziani di origini armene sono pochi, ma la loro presenza continua a essere testimonianza di un Egitto che lotta per tenere in piedi la sua tradizione di tolleranza. 

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