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Le scuse di Anna Wintour ai neri di Vogue

Mea culpa regina moda mentre rivale Bazaar nomina nera al timone

 © EPA
  • di Alessandra Baldini
  • NEW YORK
  • 11 giugno 2020
  • 20:33

Nel giorno in cui il rivale 'Harper's Bazaar' nomina per la prima volta una donna di colore al timone, Anna Wintour si scusa con gli afroamericani che lavorano per Vogue: in un memo allo staff la "regina della moda" si è cosparsa il capo di cenere per non aver fatto quanto in suo potere a favore di giornalisti, fotografi e stilisti neri. Raramente Anna esprime emozioni: la donna che ha ispirato il personaggio di Meryl Streep in 'Il Diavolo Veste Prada' non ama ammettere errori. "Condivido quel che state provando. Lo dico soprattutto ai neri del nostro team: non riesco a immaginare come abbiate vissuto questi giorni", ha scritto la Wintour nel giorno che ha visto la nomina di Samira Nasr, ex fashion director di Vanity Fair e simpatizzante del movimento Black Lives Matter al timone dell'edizione americana di 'Bazaar': un "nuovo capitolo" all'insegna dell'inclusivita' nei 153 anni di storia della rivista di moda del gruppo Hearst che la Nasr (padre libanese e madre di Trinidad) raccontera' attraverso "lenti per loro natura colorate". Anna, nel memo allo staff, si è assunta "piena responsabilità" per "errori e offese" commessi da Vogue durante il suo mandato. "Lo dico chiaro e tondo. So che Vogue non ha trovato abbastanza modi di dare spazio a giornalisti, fotografi, stilisti e altri creativi. E abbiamo sbagliato pubblicando immagini o articoli che possono aver ferito o riflesso razzismo". Le scuse della Wintour seguono di pochi giorni l'uscita di "Trincee di Chiffon", il memoir in cui una delle ex star della rivista, Andre Leon Talley, si leva molti sassolini dalla scarpa accusando Anna di intolleranza ed estrema mancanza di sensibilità. Il mea culpa arriva anche sulla scia di una serie di dimissioni eccellenti nel mondo dei media per passi falsi commessi sul tema delle relazioni razziali. La nuova presa di coscienza ha visto l'uscita di scena del capo della pagina degli editoriali del 'New York Times', James Bennet, per aver sottovalutato la portata esplosiva di un fondo del falco repubblicano Tom Cotton sull'uso dell'esercito per domare le proteste, mentre il direttore del 'Philadelphia Enquirer', Stan Wischnowski, ha lasciato dopo aver mandato in pagina un articolo sull'impatto delle manifestazioni sugli edifici della città sotto il titolo controverso "Buildings Matter Too". Dimissioni anche a Conde' Nast: Adam Rapoport, storico "top editor" della rivista di cucina Bon Appétit, ha perso il posto a causa di una fotografia apparsa online in cui appare mascherato in un costume denigratorio nei confronti dei portoricani.
   

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