Imma Vitelli, l'amore e la guerra di Nina

L'esordio narrativo della reporter ambientato in Siria

(di Mauretta Capuano) (ANSA) - ROMA, 07 MAG - IMMA VITELLI, LA GUERRA DI NINA (LONGANESI, PP 308, EURO 16,90). L'amore e la guerra. Imma Vitelli ha imparato, dalle esperienze estreme che ha vissuto come inviata speciale, che non sono poi così lontani. Ce lo fa vedere nel suo primo romanzo, 'La guerra di Nina', che esce per Longanesi, in cui è come se fosse entrata dentro le migliaia di storie che ha ascoltato come reporter di guerra in giro per il mondo, dove la realtà supera immensamente l'immaginazione. Nel suo esordio narrativo ci restituisce un'intensità di vita senza paura che ci riporta alla nostra fragilità, quella che avevamo dimenticato e che di nuovo abbiamo conosciuto con la pandemia. "Volevo scrivere una grande storia d'amore perché mi sono resa conto che la guerra è odio, ma c'è anche tantissimo amore. Una cosa che ho capito intervistando tantissimi combattenti è che se avevano imbracciato le armi era per amore. Era sempre stata una perdita profonda che li aveva portati a quella scelta. L'odio e l'amore erano presenti nello stesso momento" dice all'ANSA la Vitelli che ha vissuto dieci anni in Medio Oriente. E infatti nel romanzo c'è un personaggio Khaled che imbraccia le armi perché ha perso il fratello, ammazzato durante una manifestazione pacifica. La protagonista della storia è la giovane e spericolata giornalista Nina che nel 2013 va in Siria e affronta la sua prima guerra in infradito. A Beirut conosce un fotografo siriano, Omar, con un orribile segreto alle spalle, con il quale passa il confine e con il quale vive una tormentata storia d'amore.
    "Nina è molto giovane, ambiziosa, con una voragine dentro, E' una donna in fuga da se stessa, da una vita che fino a quel momento la aveva molto penalizzata. Per Nina l'ordinario è doloroso, lancinante, cerca l'avventura, vuole andare nei posti dove non va nessuno. Si catapulta in un mondo che non conosce con grandissima leggerezza e senza saperlo sta esplorando quello che si porta dentro, lo rappresenta fuori. L'ambizione parte da una insoddisfazione profonda della vita comune, dell'ordinario" racconta la giornalista-scrittrice che ha messo in Nina alcune parti di sé.
    "Io non sono mai stata capace di stare dentro una redazione" dice la Vitelli, materana di origine, che ha fatto la specializzazione alla Columbia School of Journalism di New York.
    Da giovane ha rifiutato l'assunzione in un giornale per seguire il suo sogno di reporter e da poco ha lasciato il giornalismo perché ha capito che "il sogno si era consumato".
    "E' un periodo buio per il giornalismo nel mondo e lo è particolarmente in Italia dove ha sempre prevalso una concezione del giornalismo ufficiale, istituzionale" afferma e aggiunge: "Negli undici anni da reporter per Vanity Fair mi sono sentita a volte una 007 con il giubbotto antiproiettile. Ho lasciato quando mi sono resa conto che stavo diventando cinica. Credo che una vittima si meriti una testimone compassionevole, non cinica" racconta. Ad Aleppo Omar fotografa il dramma di un popolo che cerca la libertà e Nina incontra personaggi straordinari come la bellissima e indipendente Amal e Walid che ha 13 anni e vuole vendicare la morte del padre. "Walid è un personaggio che ho amato molto mentre scrivevo. Volevo un ragazzino perché ne ho visti talmente tanti in guerra morti, feriti, armati, ma tutti alla fine sono come comparse, fantasmi, eppure loro sono l'innocenza. In un mondo impazzito lo sguardo di un bambino ti restituisce l'incredulità al cospetto dell'orrore. Alla fine nel romanzo è un ragazzino a salvare Nina" sottolinea.
    "Ho sempre pensato che il romanzo riesca a catturare molto più del giornalismo la complessità, l'interiorità di un momento" dice.
    Perché ha scelto la Siria? "In Siria sono andata sia prima che durante la guerra. Ho condiviso i sogni di tantissime persone di un cambiamento, la loro speranza e poi ho assistito allo sterminio. Ho perso tanti amici cari. La Siria è stata un salto nell'orrore puro, apocalittico, ancestrale, archetipo" racconta.
    Ne 'La guerra di Nina' la Vitelli ha dato una forma romanzesca alle cose che ha vissuto per restituire in qualche modo la brutalità e verità di ciò che è accaduto. "In Siria abbiamo assistito a crocifissioni, decapitazioni. A un certo punto, e questo è vero, ho intervistato due ex poliziotte pentite dell'Isis che mi hanno detto che avevano una dentiera di ferro con cui addentavano le donne. Il mio lavoro lì era tenere a freno la realtà, non l'immaginazione" spiega la Vitelli.
    La pandemia l'ha trovata allenata: "ho riconosciuto lo stesso stato di sospensione che ho vissuto in molti altri Paesi meno ricchi e fortunati di noi. Leggo nelle persone tantissima paura e insicurezza che sono la normalità per i 2/3 della popolazione mondiale, da prima della pandemia" sottolinea.
    E sta già pensando a un nuovo romanzo ambientato nel deserto.
    "Poco prima della pandemia ho trascorso 40 biblici giorni nel Sahara con i Tebu, la seconda grande tribù del deserto. Parto sempre da una scena e ci scavo dentro quando inizio a scrivere" dice la Vitelli che ha ideato anche un laboratorio di scrittura 'La cura delle parole': " mi sento molto fortunata perché è come se continuassi ad ascoltare storie seduta sul divano di casa mia". (ANSA).
   

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