Marco Bechis, sopravvivere a Garage Olimpo

L'Argentina dei generali e la colpa di non essere desaparecidos

(ANSA) - ROMA, 10 MAG - MARCO BECHIS, ''LA SOLITUDINE DEL SOVVERSIVO'' (GUANDA, pp. 348 - 18,00 euro)

''Sentivo di essere perduto... ero entrato in una prigione mentale dalla quale era ancora più difficile scappare. Lo psichiatra mi aveva chiesto: Le tue emozioni le tieni da qualche parte, dove? Non emergono''. Quando Marco Bechis, di madre cilena e padre italiano, ma cresciuto in Argentina e ormai da 40 anni in Italia (tanto da dire di aver tradito la sua lingua per poter scrivere questo libro in italiano, come per prendere una qualche distanza) torna a Milano, ha la coscienza di quanto profonda e forte sia la ferita nella sua memoria della terribile prigionia e le torture subite al Club Atletico di Buenos Aires, tramutato dalla giunta militare dei generali Videla, Agosti e Massera in un carcere clandestino per prigionieri politici, in cui si diventava 'desaparacidos', perché era praticamente impossibile uscirne vivi. Ma Marco ne è uscito, perché per fortuna è 'un pesce piccolo' che non era mai davvero stato un Montoneros e per l'impegno del padre che in Argentina era stato un altissimo dirigente industriale e conserva debiti e amicizie che si muoveranno e avranno successo.

Ma è una salvezza solo fisica, che i segni restano e soprattutto sono sepolti dai sensi di colpa, dalla vergogna di non aver fatto la stessa fine dei suoi compagni di reclusione, così da sentirsi un traditore: ''Quanto più aumentava il numero delle persone che risultavano scomparse, tanto più aumentava la mia vergogna'', tanto da scrivere: ''La mia vita è stato un costante tentativo di suicidio sventato più volte da altri, più che da me stesso''. Bechis, laureato in economia, diverrà uomo di spettacolo e regista di film sulla realtà del 'suo' paese, da 'Alambrado' a 'Hijos-Figli', passando per 'Garage Olimpo' in cui racconta e denuncia la sua esperienza, la realtà del Club Atletico, i cui prigionieri, alla fine, venivano caricati su un aereo e lanciati nell'Atlantico. ''Mi interessava lavorare per sottrazione e così come non ho mai mostrato la violenza non volevo mostrare la personalità degli aguzzini''. E allora nel film non si vede la 'picana', un pungolo elettrico nato per far muovere gli animali al mattatoio e usato per torturare i prigionieri nudi legati a un tavolo conduttore di metallo, ma lo spettatore ne sente forte presenza e violenza. In queste pagine, invece, senza indulgere in particolari, c'è tutto ed è anche tirando fuori tutto che ''finalmente sono diventato vittima, scrivendo questo libro, dopo tanti anni vissuti come un traditore sopravvissuto''.

E' la verità delle pagine più terribili e centrali del racconto, che va da quel 19 aprile 1977 in cui fu sequestrato per strada, alla liberazione e poi sino ai nostri giorni, la cui narrazione è scandita dalla cronaca della finale dei Mondiali di calcio 1978 seguita oramai a casa col padre e vinti dall'Argentina con i tre generali allo stadio di Buenos Aires, le cui ''urla di giubilo coprono il massacro in atto''. Le pagine più forti restano quelle del ricordo di quando l'autore è chiuso in cella, dove la radio a tutto volume copre le urla dei torturati cui fa contraltare l'assurdo, frequente rumore di una pallina da ping pong, distrazione dei carcerieri, e lui è nudo, con solo le mutande, e perennemente bendato, con la coscienza che nessuno sa dove sia e senza sapere nulla del proprio futuro. C'è solo l'atroce attesa di interrogatori e torture, col corpo sbattuto su e giù sul tavolo di ferro dalle scosse, specie dopo aver incontrato lì un'amica, che probabilmente è quella che ha fatto il suo nome: ''Che cosa è successo, che metamorfosi istantanea della sua volontà è avvenuta col contatto elettrico? Come attraversa il corpo l'elettricità? Come modifica la volontà?'' si chiede, mentre la mente non fa che costruirsi percorsi di resistenza, schemi di risposte da dare con l'assurda illusione che accontentino i torturatori, che classicamente si alternano, il buono e il cattivo. Quest'ultimo lo rivedrà libero per le strade di Buenos Aires 30 anni dopo, quando Bechis torna a Buenos Aires nel 2010, chiamato dal tribunale argentino come uno dei rarissimi sopravvissuti per testimoniare al processo ai militari e gli aguzzini, in vista del quale ricostruisce i propri ricordi, riportando pure voci e storie di molte altre vittime, così che la necessità personale di fare i conti con quell'esperienza devastante, che è la forza di questo libro, riesce però a farsi esemplare e a documentare e ricostruire tutto, non solo i fatti, ma anche le reazioni, i sentimenti umani.
   

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