Dramma dei migranti in Bosnia, ritorno della rotta balcanica

E'emergenza umanitaria. Polemiche su aiuti Ue

18 gennaio, 11:54

Il dramma dei migranti in Bosnia-Erzegovina e l'emergenza umanitaria rappresentata da migliaia di disperati in balia di neve e gelo ha riportato alla ribalta la rotta balcanica, la famigerata direttrice percorsa da oltre un milione di profughi durante la spaventosa crisi migratoria del 2015-2016. Nonostante infatti la chiusura ufficiale delle frontiere, il flusso lungo tale rotta non si è mai arrestato, e negli ultimi mesi si è notevolmente intensificato. A migliaia da Asia centrale e Medioriente sono tornati a mettersi in marcia verso l'Europa occidentale attraverso Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia e Slovenia.

Il punto critico di tale percorso lungo, difficile e sempre pieno di insidie, è divenuto negli ultimi mesi il nordovest della Bosnia-Erzegovina, che nella regione è uno dei Paesi con meno mezzi a disposizione e sicuramente il più problematico dal punto di vista politico e sociale. Su circa 8-9 mila migranti presenti in Bosnia-Erzegovina, parte dei quali ospitati in campi e centri di accoglienza, almeno 3 mila sono concentrati nell'estremo lembo nordoccidentale del Paese, a ridosso della frontiera con la Croazia. Un confine tuttavia molto difficile da superare per i controlli stretti e rigidi da parte della polizia croata, accusata peraltro da più parti e a più riprese di respingimenti brutali, abusi e violenze nei confronti dei profughi.

La situazione in tale regione frontaliera è divenuta sempre più drammatica con l'arrivo dell'inverno, e con migliaia di migranti che vagano esposti a gelo, neve, fango e ghiaccio, costretti a dormire all'aperto nei boschi o in rifugi di fortuna, privi di indumenti caldi e scarpe adeguate, assistiti per quanto possibile da Croce Rossa e organizzazioni umanitarie.

E ai rigori dell'inverno balcanico si aggiunge l'ostilità delle popolazioni locali che non sopportano la presenza dei profughi, ritenuti una minaccia alla loro sicurezza e all'ordine pubblico.

A Bihac e a Velika Kladusa si susseguono da tempo manifestazioni anti-migranti da parte degli abitanti, appoggiati dai sindaci che, sostengono, non vogliono la trasformazione delle loro città in campi profughi. Una ostilità che si è manifestata in particolare con la drammatica vicenda degli sfollati dal campo di Lipa, presso Bihac, un migliaio di profughi rimasti senza riparo dopo l'incendio il 23 dicembre della loro tendopoli.

Respinti da sistemazioni a Bihac e Bradina (a sud di Sarajevo) per le proteste degli abitanti, sono rimasti a lungo bloccati sugli autobus prima di poter tornare in nuove tende allestite a Lipa dall'Esercito bosniaco. Una soluzione provvisoria in vista della realizzazione a Lipa di un centro di accoglienza confortevole e adatto alle condizioni invernali.

E' stata l'Unione europea a fine anno ad alzare la voce, intimando alle autorità bosniache di intervenire per dare una sistemazione ai profughi di Lipa, scongiurando una catastrofe umanitaria il cui pericolo reale è stato denunciato anche dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), Unhcr, Caritas e numerose ong, mobilitate per la raccolta di aiuti. Aiuti sui quali l'Unione europea punta il dito nei confronti della dirigenza bosniaca, sostenendo di aver elargito finora al Paese balcanico circa 90 milioni di euro per la crisi dei migranti. Ma il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, che è il presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, in una telefonata a muso duro con l'Alto rappresentante Josep Borrell, ha detto che il grosso degli aiuti della Ue sono stati trasferiti alle organizzazioni internazionali e non alle istituzioni bosniache. E ha ribadito che nessun centro di accoglienza verrà realizzato sul territorio della Republika Srpska, l'entità serba di Bosnia, sostenendo che la crisi migratoria è un problema dell'Unione europea. Unione europea alla quale tuttavia la Bosnia-Erzegovina intende aderire.

(ANSAmed). (ANSA).

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