Attivista eritrea, da Egitto e non Libia nuova rotta migranti

Parla Alganesh Fessaha, a lei albero Giardino dei Giusti Tunisi

16 marzo, 20:21

L'attivista eritrea Alganesh Fessaha nel campo profughi di Mai Aini, in Etiopia L'attivista eritrea Alganesh Fessaha nel campo profughi di Mai Aini, in Etiopia

(di Luciana Borsatti)  

ROMA - "Tutta l'attenzione si concentra sulla Libia, ma la nuova rotta dei migranti è quella che passa dal Sudan all'Egitto, con Alessandria porto di imbarco per l'Europa. Rotta in cui sono già sono affondati quattro barconi con centinaia di persone a bordo dal 2015, e un quinto con altre 350 è disperso". A parlare è Alganesh Fessaha, eritrea che vive da 40 anni in Italia e da tempo in prima fila a sostegno dei profughi africani e nella lotta contro il traffico di esseri.

Fondatrice e presidente dell'Ong Ghandi, che opera per donne e bambini disagiati in Africa e in Europa, e' appena tornata a Milano dalla sua ultima missione in Egitto, dove ha ottenuto la liberazione - racconta - di un centinaio di persone finite in carcere come migranti irregolari.

"Li abbiamo portati in Etiopia, dove da 14 anni abbiamo creato con le autorità locali un corridoio umanitario. L'Etiopia è un Paese povero - sottolinea - ma ciononostante accoglie 800 mila profughi, tra somali, sudanesi ed eritrei". E proprio con l'Etiopia la sua ong sta ora lavorando, insieme ad altre realtà come la comunità di S.Egidio e la Chiesa valdese, per ricreare il modello dei corridoi umanitari già rodato in Italia per i profughi siriani e appena rilanciato anche dalla Francia.

Certo, l'Etiopia non è la meta di chi ha speso soldi ed era pronto a rischiare la vita per raggiungere l'Europa. Ma in quei campi profughi - l'ong Gandhi opera in quelli di Shimeiba e Mai Aini - possono prima avere una tenda e poi trovare il modo per costruirsi una casa, prosegue Alganesh Fessaha. Anche se la noia delle giornate vuote e la mancanza di lavoro spinge soprattutto i giovani a tentare di ripartire. "Per questo - dice - stiamo cercando di costruire una scuola tecnica e formeremo una cooperativa che dia loro la possibilità di lavorare sul posto". Ma intanto somali, sudanesi ed eritrei continuano a fuggire dalle guerre e dai drammi dei loro Paesi verso l'Europa. E ora sono sempre più numerosi, racconta ancora la signora Fessaha, quelli che raggiungono in autobus il confine tra il Sudan e l'Egitto, prendono il treno ad Aswan per il Cairo e qui aspettano, spesso in alloggi presi in affitto, i trafficanti che li faranno partire da Alessandria d'Egitto. "Partono in gruppi da 10-20 persone su barche piccole, poi raggiungono una nave più grande diretta in Italia". Una traversata che costa ancora relativamente poco, 1000-1500 dollari, ma destinata ad attirare sempre più migranti e anche trafficanti di uomini, prevede. "E speriamo che non accada come in Libia, dove si sono trasferiti i trafficanti del Sinai quanto quella rotta si è chiusa". Lei li conosce bene, per aver salvato negli anni scorsi - ricorda - circa 750 persone finite nelle loro mani, vittime di torture, violenze e ricatti sulle loro famiglie, quando non dell'orrore del traffico di organi. Ora quella rotta è stata chiusa dal muro alla frontiera di Israele da un lato e dal pugno forte del presidente egiziano Sisi contro il terrorismo del Sinai dall'. Il 22 marzo un nuovo albero sarà piantato per Alganesh Fessaha nel Giardino dei Giusti di Tunisi, su iniziativa dell'ambasciata d'Italia in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Tunisi e l'Associazione Gariwo la foresta dei Giusti (www.gariwo.net) di Milano: si tratta solo dell'ultimo fra i riconoscimenti che lei ha ricevuto in questi anni, anche dalle mani del presidente della Repubblica Mattarella. "Questi premi non li considero miei ma di tutti i profughi - conclude - e in particolare di quelli che in questi anni sono morti nel Sinai, nel deserto e nel Mediterraneo".

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