'L'Oro della Turchia', il business dell'edilizia di Erdogan

Libro di Loccatelli racconta maxi-opere e trasformazioni sociali

07 febbraio, 11:27

(di Cristoforo Spinella) (ANSAmed) - ISTANBUL, 7 FEB - Chi solo pochi anni fa fosse andato in vacanza a Istanbul, oggi farebbe fatica a riconoscerla. A piazza Taksim, cuore simbolico della megalopoli che fu capitale di tre imperi, è quasi pronta un'enorme moschea, sognata da Recep Tayyip Erdogan sin da quando era sindaco, un quarto di secolo fa; dal lato opposto, il Centro culturale Ataturk, occupato nel 2013 dai manifestanti antigovernativi e icona per generazioni, è stato tirato giù, in attesa di essere rifatto con gusti e finalità adeguate ai nuovi padroni della Turchia. In mezzo, resiste assediato dal cemento - ma resiste - il parco Gezi, simbolo del più grande successo dei movimenti antigovernativi turchi di questi anni, uno dei pochi. Perché altrove il modello Erdogan ha già cambiato irrimediabilmente il volto della Turchia. Immense trasformazioni urbanistiche da cui non si torna più indietro. Ponti e tunnel sottomarini, centri commerciali e grattacieli spuntati come funghi: è 'L'Oro della Turchia', come recita il titolo di un dettagliato volume appena pubblicato dalla giornalista Giovanna Loccatelli (Rosenberg & Sellier). Grandi opere che hanno modificato gli spazi e i rapporti tra le persone, spostando irrimediabilmente i centri del potere e gli equilibri urbani di un Paese che - in caso di adesione futura, ma al momento arenata - sarebbe il più popoloso dell'Unione europea (nel 2019 ha superato gli 83 milioni di abitanti) e della sua città più importante, per dimensioni ormai in corsa con Nuova Delhi più che con Londra. Islam e cemento, affari e nazionalismo, investimenti e crescita a ogni costo, se necessario anche in debito: si cambiano le città per cambiare la società. È questa la 'Nuova Turchia' di Erdogan. Il libro di Loccatelli, reporter che per anni ha vissuto e lavorato a Istanbul e ancor prima al Cairo negli anni delle Primavere arabe, la racconta nel dettaglio, descrivendo i maxi-progetti realizzati e quelli ancora in cantiere, come il Canale di Istanbul che dovrebbe sostituire il Bosforo e il terzo tunnel sottomarino per collegare le sponde europea e asiatica. Tra giornalismo sul campo e analisi sociologica, il volume focalizza l'attenzione sul "business dell'edilizia che ha stravolto l'aspetto del Paese e il suo tessuto sociale". Un racconto che si nutre anche di esperienze personali, come quella del parto in un ospedale di Istanbul, per rompere stereotipi sull'efficienza della sanità privata turca e gettare una luce sull'importanza crescente del turismo medico - dalle cure ortodontiche ai trapianti di capelli - che nel 2019 ha contributo al record di oltre 50 milioni di visitatori dall'estero. Un progresso che però lascia spesso indietro chi non riesce a stare al passo: "La classe media - scrive Loccatelli - si è allargata", ma "il divario tra ricchi e poveri è aumentato drammaticamente". Non manca una riflessione sulle prossime sfide per Erdogan, a partire dalla convivenza con il sindaco dell'opposizione Ekrem Imamoglu, che, pur provenendo da una famiglia di imprenditori edili, sembra aver capito che per marcare la differenza occorre puntare su un nuovo modello di sviluppo e si è fatto quindi capofila della protesta contro il Canale di Istanbul. E inevitabilmente nel libro c'è uno sguardo a ciò che si è perso, come ricorda in epigrafe il più grande fotografo turco, Ara Guler, morto a 90 anni nel 2018: "A quel tempo nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo, né i pescatori, né i marinai, né la gente di Kumkapi. Io stesso non avrei mai potuto immaginare che queste fotografie in bianco e nero sarebbero diventate l'unica testimonianza di un mondo ormai andato perduto". (ANSAmed).

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