Danto, Warhol e la fine all'arte

Volume di conversazioni e non solo con il critico Paparoni

 DEMETRIO PAPARONI-ARTHUR C.DANTO, 'ARTE E POSTSTORIA. CONVERSAZIONI SULLA FINE DELL'ESTETICA E ALTRO' (Neri Pozza, pp.107; euro 20 euro). Perché le pagliette abrasive saponate usate per pulire le pentole Brillo Box se sistemate sullo scaffale di un supermercato non sono altro che un prodotto detergente e se Andy Warhol le mette in mostra nel 1964 alla Stable Gallery di Manhattan diventano un'opera d'arte? In tanti si saranno posti questa domanda; Arthur C.Danto si è dato una risposta, riportata in 'Arte e poststoria.
    Conversazioni sulla fine dell'estetica e altro', del suo amico e critico e saggista Demetrio Paparoni per Neri Pozza.
    Filosofo, artista, noto critico d'arte, Danto visitò nel 1964 la mostra di Warhol che lo spinse a concludere la sua teoria sulla "fine dell'arte". Riflessione che in parte espose nel saggio "The Art World", che avrebbe cambiato l'estetica.
    Quello della fine dell'arte non era un discorso cominciato da Danto: un secolo e mezzo prima ci aveva pensato Georg Wilhelm Friedrich Hegel a fare una previsione analoga: nel momento in cui nell'opera d'arte fosse stata sempre più forte il messaggio filosofico, la fruizione di questa non sarebbe più stata ottica ma mentale.
    Arthur C.Danto era stato scosso dal compensato dipinto in modo identico alle scatole di cartone di Brillo di Warhol, ma nella sua elaborazione trovavano un posto di rilievo anche i readymade che Marcel Duchamp aveva realizzato a New York cinquanta anni prima, dal 1913 al 1917. Duchamp però sceglieva un oggetto (che fosse un badile acquistato in un comune store, l'orinatoio o altro) per la sua mancanza di qualità estetiche; Warhol queste qualità le riconosceva eccome, perché che si trattasse delle Brillo Box, della zuppa di pomodoro Campbell's o dei corn flakes Kellogg's, lo scopo (pubblicitario) era attrarre il consumatore.
    Per Danto, Warhol è il primo artista a confermare quanto predetto da Hegel, che cioè l'arte è giunta alla fine del suo percorso. Non è più sufficiente guardare l'opera per capirla, va compresa la filosofia che sottende. Che, in Warhol, era esprimere l'essenza della società dei consumi statunitense.
    Si potrebbe obiettare perché non è Duchamp quel primo artista.
    Danto opera un distinguo: l'artista francese propone oggetti che vogliono lasciare indifferenti e dunque sottrae l'opera alle categorie dell'estetica; Warhol fa invece il contrario. E non propone l'oggetto ma lo copia, lo ricrea.
    Può darsi, come evidenzia Paparoni, che il passato di Warhol come di altri artisti pop si sia riverberato nelle rispettivi opere: chi come illustratore (Warhol), chi come cartellonista (James Rosenquist), chi aveva collaborato con la Disney (Wayne Thiebaud), aveva fatto disegni umoristici (Tom Wesselmann) o il tipografo (Ed Ruscha), in qualche modo i pop prima di fare gli artisti avevano lavorato nel mondo della pubblicità.
    Sotto la spinta della teoria di Danto, alcuni critici coniarono la definizione di arte postmodernista; lui preferì quella di arte poststorica. Non era l'epitaffio dell'arte ma la frattura tra l'arte per come era stata intesa e vissuta fino a quel momento e tutto ciò che sarebbe venuto dopo. "Da tempo viviamo in un mondo strutturato dalla Storia - sostiene il filosofo in una conversazione avuta con Paparoni e Mimmo Paladino a Milano nel 1995 e pubblicata interamente nel libro - Adesso stiamo andando verso quella che io chiamo 'poststoria'. Non abbiamo più storie. La gente non desiste perché la mente umana vuole sempre vedere le cose dal punto di vista narrativo. Ma prima o poi si può sconfiggere questa fame di storie e guardare le cose come sono", conclude Danto che cita anche Marx e Hegel proprio sulla fine della Storia. (ANSA).
   

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